CRONACHE DI SCALVARI (ristrutturazioni)
La fattoria cambiò aspetto. Jò fece ristrutturare la Villa dotandola di un ampio patio e mutando l'assetto delle stanze. Poco distante fu fabbricata una neviera e un rabdomante individuò la presenza di acqua a monte della Villa, su un pianoro, dove uno in fila all'altro vennero costruiti cinque nuovi pozzi. La riva del Plata che lambiva la proprietà venne ripulita e trasformata in una spiaggia per merende e pranzi all'aria aperta. Nel giardino fu posta una voliera e, poco più in là, un gazebo in ferro battuto laccato di vernice bianca. Venne anche impiantato un roseto con sette tipi di rose.
Il casino di caccia nel quale Dominico aveva vissuto diventò l'abitazione di Alberto, una casa sudicia e disordinata in cui nè Jò nè Miriam entravano mai.
Sempre sulla sponda del Plata ma distante dalla spiaggetta venne edificato un Mulino ad acqua e accanto un casone per il mugnaio e la sua famiglia. Il primo mugnaio fu Pedrèn Ivaldi, un piemontese di mezza età che Jò stesso aveva trovato al Porto, appena sbarcato con sua moglie Lidia e una banda di cinque figli maschi, di venticinque, diciotto, sedici e sette anni.
Molti dei lavoranti del padre erano morti, come il Nescio, il gondoliere e i due polacchi. La manodopera venuta a mancare venne rimpiazzata da giovanotti e uomini prevalentemente piemontesi, montanari delle valli di Cuneo, pregiati per la resistenza anche ai fulmini . Alcuni di loro, per esempio Arneodo, Beltramo, Raviola, Dutto, Ferrero e Marchisio tenevano famiglia, moglie, figli e -qualche volta- genitori anziani. Così accanto alla Cà Vegia furono tirate su la Cà Nova, la Cà dei Piciu, la Cà dei Ciciu, la Cà della Parura, la Cà degli Anciuè e la Cà degli Abetè. Un turbinio di massi, sabbia, mattoni, coppi, travi, calce, acqua, polvere, terra, ferro. Nella Cà Vegia abitavano ancora i manenti della prima ora, xeneixes, furlani, austriaci mischiati tutti tra loro e imparentati insieme.