CRONACHE DI SCALVARI ( Jò e Alberto)
Il figlio di Luensìn, Giò (anzi, ormai, Jò) dirigeva insieme alla madre Miriam la Fattoria. Aveva un buon fiuto per il commercio e l'agricoltura così agli studi preferì l'attività pratica: comprare, vendere, decidere cosa seminare, seguire il lavoro dei contadini con scrupolo quasi pedagogico. L'azienda si irrobustì e nel 1916 la Fattoria di San Pedro produceva grano, granturco, orzo, uva da vino. Bene avviato anche l'allevamento di galline ovaiole, tacchini, mucche da latte, pecore e capre. Jò Priano scrisse un solo tango, che regalò all'impresario tedesco.
Vi las casas, las espadas
creo que eso es todo
mi sombra es mi terra
y el lazo en el aire.
Vi los besos sin mì
las animas en pena
las trenzas azules
y el lazo en el aire.
Te verè me daras esa vida
que tu misma no tienes
el mar ciego, las nubes
y en lazo en el aire.
(Vidi le case, le spade/ credo che questo sia tutto/ la mia ombra è la mia terra/ e il cappio nell' aria./ Vidi i baci senza di me/ le anime in pena/ le trecce azzurre/e il cappio nell'aria/ Ti vedrò mi darai quella vita/ che tu stessa non trattieni/ il mare cieco, le nubi/ e il cappio nell'aria)
Furono i primi e unici versi di Jò. Mai più avrebbe preso in mano la penna con finalità letterarie. Aveva ventidue anni, i capelli corti nerissimi e una rada barbetta rossiccia. Mingherlino, piccolo di statura ma forte come un torello.
Al tedesco chiese solo di intitolare il tango "El hombre foresto". Poi ci mettesse pure sotto la sua firma alemanna e lo vendesse a quartetti, quintetti, orchestrine o tanghèri scarichi di vena.
Il tedesco trasgredì l'impegno preso con Jò. Chiamò la canzone " El tango de en hombre xeneixe".
Jò Priano fu contento ugualmente. La notizia di questo titolo più direttamente vicino a suo padre gli accarezzò l'orecchio in un giorno di aprile mentre caricava un sacco di miglio sul carro. Era il novantaquattresimo sacco che quella mattina metteva su da solo. Ne restavano quasi altrettanti.
Neppure suo fratello Alberto aveva voluto sapernedi studi e di libri. Lavorava in un'officina meccanica per macchine agricole. Era un giovinetto dal muso sporco e dalle unghie nere. Si lavava poco, si grattava parecchio e non spiccicava più di una trentina di parole in una giornata. Era ancora più basso del fratello e se Jò alternava la malinconia al gusto della boutade perfida, i silenzi alla ciarla allegra, Alberto teneva l'aria torbida del dente che duole, del temporale imminente e abitava, chiuso a doppia mandata, dentro di sè.