da "CRONACHE DA SCALVARI" (Luensu compone le parole dei tanghi)
Verso la fine dell' anno tornò a girare saltuariamente per Boca una vecchia ghigna, di cui nessuno più si ricordava. Sigàri cubani sempre pronti, piccolo anello con brillante al mignolo, ciappelette al miele ed alla fragola in tasca e una mattìa, ossessiva, per i tanghi. Lui stesso ne componeva, vendendoli poi ai musici. Faceva le parole e abbozzava l'aria. I musici vestivano di note e di voce il suo lavoro. I figgi du Riàn erano encantadi. Lui pagava a destra e a manca gotti di vino, regalava spiccioli ai giovanotti, offriva sigàri cubani. Si sapeva che nella tasca delle braghe bianche teneva il cutello. Il vero mestiere di Luensu Priano (Prianìn, per via della statura modestissima) stava nel trafficare per delinquenti molto più grossi di lui.
Così i ragazzini venivano messi in guardia da madri e padri. Non fatevela mica raccontare da quella leggera, dicevano.
Pluvia de colores
sovra l'agua do flume
que reflete la vida.
Pluvia de dolores
en el recuerdo que tengo
en la noche del cuore.
Fèmina infinida que par te
mi aliento se alarga de vino
turbìo orizonte vido barcos que van
alejando para siempre.
Una sera, alla cantina, Bacicìn cantò e il vejo Mario suonò. Donne e uomini ballavano le parole di Luensu. Non era mai successo e non sarebbe successo più. Non era amato Luensu. Ma quella sera andò così e lui guardava gli occhi del suo amigo di un tempo, Bacicìn, los ojos pieni di voce forte e onesta. Guardava da seduto, sulla carèga vicino al bancone, mentre la sua guappa gli si strusciava addosso senza capire nè vedere quanto, dentro, stesse piangendo l'occasione perduta, tanti anni prima, di essere uno dei tanti, tra i tanti.
Gianni Priano (continua)