IL MANUALE DI DON PEPPINO (da "Cronache di Scàlvari")
“Ho sempre pensato che fossero l'asino e il bue, dopo il Bambin Gesù, l' Angelo, San Giuseppe e la Madonna i personaggi più importanti del presepe. Perchè nella loro innocenza hanno riconosciuto, a naso, il Bene e vi si sono posti accanto. L' ho sempre creduto e l' ho detto l'anno scorso alla Convention di LiberinCristo. Ma lo dico sempre anche a Scàlvari, da decenni, in occasione del Natale.
Penso che le creature tutte riflettano un poco di gloria e bellezza, da quando Nostro Signore è nato, morto e risorto. Ogni creatura ha già un poco di gloria, da allora, e molta ne avrà dopo la fine del mondo.
Sono accusato da più parti di tradizionalismo ma tradizionalista non sono. Credo di essere un semplice prete che appartiene alla bella e grande tradizione cattolica. Tutto qui.
Credo nell'infallibilità del Santo Pontefice, nella Trinità, nei Sacramenti, nella Resurrezione di Gesù, Nostro Signore e Dio.
Credo che l'adulterio sia un grave peccato ma il Vangelo mi insegna che non vi è peccato che non possa essere perdonato.
Mi si accusa di essere reazionario in politica ed oscurantista in generale ma nella vita mia ho sempre cercato di appoggiare - quando le circostanze me lo hanno permesso- partiti, iniziative, movimenti, uomini che ho ritenuto essere portatori di pace e sostenitori di programmi moderatamente riformatori. Non nutro simpatia per nazismo, fascismo e neppure per certo liberalismo conservatore.
Vedo di buon occhio l'iniziativa imprenditoriale privata quando si pone con la comunità e non contro di essa. Allo stesso modo apprezzo soluzioni cooperativistiche che, insieme al bene comune, abbiano il fine di promuovere l'individuo senza soffocarlo nella morsa di un solidarismo soffocante. In conformità con la dottrina sociale della Chiesa penso che la proprietà privata sia cifra costitutiva della libertà e dignità individuale.
Rifiuto la nomea di oscurantista: il mio Signore è venuto a portare la Luce.
Penso che Cristo sia la vera Verità e la più libera delle Libertà, rispetto sinceramente ogni confessione religiosa come tentativo di andare verso il "divino" ma ho la certezza che Gesù è Dio e che solo la Chiesa Cattolica testimonia la piena Divinità di Gesù e la Gloria del Vangelo. Il Signore si è rivelato Padre, Figlio e Spirito Santo. In questa rivelazione pongo la mia fiducia di uomo.
Credo che il demonio si manifesti mediante corpi, piante, cose e idee. Considero demonio tutto ciò che chiede all' uomo di bastare a se stesso.
Ritengo che i tre diavoli della filosofia siano Voltaire, Kant e Marx e che Satana si sia celato e mostrato sotto le spoglie di Robespierre, Napoleone e Lenin. Non ho orrore dello sconcio e del blasfemo ma della fredda indifferenza a Dio.
Mi ripugna la corruzione, nella polis, ma so che essa è strumento e assai più della corruzione il mio cuore consacrato a Cristo teme la politica quando, perduto il sentimento doloroso del limite, tenta la perfezione entro orizzonti vietati al Divino. Dunque, seppure con fatica e disgusto, mi sono talvolta servito dell’ opera di individui poco raccomandabili ma dandogli, alla fine, molto meno di quanto gli abbia estorto in termini di forza e concime per Nostra Madre la Chiesa.
Lascio l’etica delle mani pulite ai laicisti luciferini. E’, la loro, un’etica che si spegne nell’ umano. Per amore dell’ Altissimo ed a maggiore gloria Sua penso che le mani di noi poveri mortali peccatori si possano sporcare perché nessun valore etico di questo mondo durerà in eterno. Solo Dio è eterno. Se mi sono infangato la punta delle dita, le pieghe della bocca, i palmi delle mani è stato per preservare dal fango l’ Ostia benedetta e l’ Immacolata Vergine Maria.
Non ho molto d’ altro da dire, fratelli carcerieri.
Vi chiamo fratelli. Non vi chiamo amici. Io odio in voi la presunzione ignorante o diabolica (non so, infatti, se in voi prevalgano le tenebre della conoscenza o quelle della malvagità, che è tenebra ma anche dispiegamento di luce cattiva). Non so cosa di voi sarà salvato dal Celeste Padre mio .
Sarete fino all’ultimo mio respiro i miei nemici ma ora e sempre i miei amati fratelli. Ciò che di voi odio lo odio, appunto, in voi. Ma non odio voi.
Vi chiederei pietà se servisse a salvarmi la vita.
Se potessi salvare questa vita per porla domani nuovamente al servizio della Chiesa mi metterei in ginocchio, vi supplicherei senza pudore, vi offrirei denaro. Ma vi so risoluti, legati alla corda d’acciaio della vostra disumana e umanissima etica adamantina.
Siete incorruttibili, purtroppo per me e per voi. La vostra incorruttibilità è disprezzo del denaro, forse, ma sicuramente è disprezzo per tutto ciò che esce fuori dai limiti della vostra nobile ragione stracciona.
Con il bue, con l’asino, con i furbi pastori e con i potenti Magi voi non sapete stare. Con Giuseppe che fa tutto senza chiedersi niente, neppure. Con Maria - o certo!- avete in comune la verginità ma senza santità.
Siete vergini, duri, sterili.
Siete cattivi, agri, celibi nel cuore di norme ferree, norme terrene che voi venerate.
Ho udito i vostri passi davanti alla mia cella. So che tra pochi minuti mi prenderete, mi benderete, mi metterete a morte.
Avete detto che mia Madre la Chiesa veste con troppo oro. E’ vero. E’ molto l’oro di cui si carica. L’oro pesa sulle sue vecchie spalle come pesano le lacrime, il sangue, la stoltezza dei fratelli, come pesano le mancanze profonde dei credenti.
E’ nel mondo, Madre Chiesa. Ma non è del mondo. Essa è Pellegrina sui sentieri della vita ma Santa per l’eternità. L’oro di Madre Chiesa è nulla, una pietruzza, davanti all’ Eterno.
Voi valutate quell’oro più di quanto lo valuti io, lo soppesate con acume di usurai. Ma per me quell’oro è poco. Io lo valuto con distrazione e lo valuto poco. La Gloria si mostra anche con l’oro. E mia Madre la Chiesa anche con l’oro l’ha saputa mostrare. Ma al di là dell’ oro (e voi vedete sotto o sopra l’oro ma non mai al di là) c’è la Verità di Cristo, la Compiutezza.
Il vostro inferno, già qui, consiste nel non cogliere niente di ciò.
Voi che avete scelto di uccidermi (e/o siete stati scelti per uccidermi: è un mistero anche questo) nella notte di questo Santo Natale di Gloria, voi forse brucerete nell’ inferno, di là.
Già state bruciando nell’inferno di qua.
Il mio povero cuore prega in questo momento per la salvezza dell’ anima vostra. Solo in Cristo si è liberi. Pentitevi. Amen “.
II
Scrisse queste parole su un foglio protocollo che i suoi carcerieri gli misero a disposizione. Don Peppino era stato rapito la sera del 20 dicembre da quattro uomini dell’ Organizzazione e portato, bendato e imbavagliato, nella grotta detta “delle terrerosse”. Questo nascondiglio frutto un po’ della natura, un po’ del lavoro di pala e picco degli uomini era servito nella notte dei tempi ai partigiani. Ci mettevano armi e munizioni.
Uno dei rapitori era il secondogenito, ancora minorenne, di Montevideo, l’impiegato del CentroConsulenze. Il prete era accusato di essere “capo e anima nera della setta di provocatori reazionari –clericali- borghesi detta dei LiberinCristo” e condannato a morte “in nome di tutti gli sfruttati della Terra”.
Insieme al giovane Montevideo c’erano Gerolamo Bianchi, operaio, l’ingegner Lo Brozzo, mediocre tecnico ma studioso puntiglioso della storia partigiana di Scàlvari e dintorni, Vincenzo Vincenzi , già orfano di padre, già figlio di madre tossicodipendente, già ospite bambino del Collegio dei Padri devoti al Sangue di Gesù, già rapinatore, già carcerato, già Bambino di Satana e –al momento del rapimento- disoccupato ed esperto in fabbricazione ed uso di armi da taglio.
Il prigioniero ebbe, durante i giorni del processo, acqua a volontà, caffè e biscotti al mattino, pasta in bianco o al pesto a mezzogiorno, latte e pandolce genovese la sera. Per il pandolce gli fu domandato se aveva preferenze tra quello “basso” o quello “alto”.
La temperatura fu mantenuta, grazie ad una ventola, costantemente a 22 gradi. All’interno della grotta, era stata costruita con legno compensato la cella del prete: un metro e ottanta in altezza e dieci metri quadri di superficie. Luce al neon. Sacco a pelo estivo per riposare e tavolino da campeggio con sedia per scrivere. Sul tavolino una copia della Sacra Bibbia.
Per i bisogni un secchio in plastica.
A sua disposizione dentifricio, spazzolino e salviette umide.
Visitava il prigioniero sempre e solo Lo Brozzo, con il volto coperto da un passamontagna nero. Fu l’ingegnere a leggergli la condanna, alle dieci mattutine del 24 dicembre.
Le modalità dell’esecuzione che, ufficialmente, sarebbe dovuta avvenire attraverso un’overdose di eroina cambiarono all’ultimo momento per l’insistenza di Gerolamo Bianchi e per le perplessità dello stesso Lo Brozzo. Così fu proprio Lo Brozzo a sparare (“ sono della vecchia guardia ma questa dell’overdose è un’esecuzione postmoderna che non capisco a fondo nonostante vi riconosca un interessante significato simbolico” disse l’ingegnere. E Bianchi ripeteva “abbiamo fatto tutto bene e ora con sta overdose ci mettiamo a fare gli stronzi, cazzarola”).
Don Peppino aveva chiesto di potersi confessare. A questo non avevano pensato. Si era aperta una discussione. Bianchi proponeva un sacerdote di sua conoscenza, “un compagno”. Lo Brozzo era incerto. Ma qui prevalse l’ impazienza di Montevideo e la fretta di Vincenzo Vincenzi. E Don Peppino dovette chiedere direttamente a Dio perdono per “le manchevolezze anche gravi dovute alla fragilità della condizione umana” (disse così , a mezza voce. Lo Brozzo lo sentì e abbassò gli occhi per rispetto).
Cinque minuti dopo l’atto di dolore, recitato, sempre a mezza voce, dal sacerdote,Lo Brozzo gli puntò l’arma contro il petto. Don Peppino aveva le mani giunte, dagli occhi chiusi uscivano lacrime.
“Lo faccio ora” sussurrò Lo Brozzo.
“Lo faccia bene” bisbigliò Peppino.
Gianni Priano