Diario delle mattonelle
Mia nonna, nonna nerina, era un'antesignana del servizio "la spesa che non pesa" della coop.
Quando ero una bambina, la vedevo telefonare la mattina, a Lisandrino (Alessandro), il signore che gestiva un piccolo emporio vicino casa di mia nonna, e dettargli l'elenco delle cose che voleva nella spesa. Prima di questa telefonata, fatta dal telefono grigio anni '70, nonna si sedeva al tavolino in cucina e preprava la sua lista. Poi Lisandrino, più o meno un'ora dopo, arrivava. Quasi sempre la spesa comprendeva il cacio, e qualche volta i confetti di cannella.
Nonna viveva uscendo pochisismo di casa, più che altro per rifarsi dei capelli, per tagliarli. Non andava in chiesa la domenica e mi guardava dal balcone giocare giù in cortile. Mi costruiva eserciti con i noccioli delle nespole e i gambi delle melanzane, con cui giocavo con Pierluigi e con Teresa, e case per le bambole ritagliate nelle scatole di zucchero. Mia zia Tonina, insegnante di disegno e pittrice, una ragazza allora, al rientro da scuola montava il giradischi e metteva un LP di De André. Io le chiedevo: zia, cosa vuol dire puttana? Non ottenenvo una risposta.
Sul lavello della cucina avevo il mio bicchiere, di plastica azzurra un po' consunta, altri cugini bicchieri di colori differenti. Io passeggiavo per ore percorrendo la striscia nera di mattonelle intorno al tavolo da pranzo. Ricordo pomodori messi a seccare sul balcone, e cuscini privati della lana per essere lavati. Le fettine di carne saltate nell'olio con l'origano e l'aglio, il castagnaccio e la crostata.
Ho imparato con lei come si guarda il telegiornale, in religioso silenzio. Ricordo ancora il suo numero, il primo che ho imparato nella mia vita, 21883. Ho imparato a ripiegare i fazzoletti per farne delle spose, o delle suore. O un bambino in culla.