CRONACHE DI SCALVARI (a Voltri)
il calesse dalla stazione Marittima infilò l' Aurelia: Di Negro, Sampierdarena, Cornigliano, Sestri, Multedo, Pegli, Pra, Palmaro e -infine - Voltri. Dove, in Piazza dello Scalo, lo aspettava, con le mani in tasca corte e nervose, Antonio insieme alla figlia Antonietta e al figlio Baciccia, oramai signorina e garsonetto.
Bianca bianca Antonietta e fine e delicata, i capelli ben pettinati, acconciati, di un biondo scuro lucente di fili di rame. Baciccia teneva invece una testata di riccioli disordinati ed ei baffettini da niente sotto il naso aquilino. Con i tre Priano, un cugino pescatore puzzolente di sardine e anciue, il Ciubullo e Tichetò, il curato, fratello di Assunta, con la tonaca impataccata e la faccia che manco se l'era lavata, quel mattino.
Un comitato d'accoglienza scarno, ma organizzare feste di benvenuto non era nel carattere impacciato di Antonio.
Lorenzo arrivò con dietro un codazzo di bambini (gli stessi che in Brasile bastonavano i calcagni di Xuan Zu) baccananti e urlanti. Per toglierseli d'attorno Luenso gettava qualche monetina il più lontano possibile dal calesse e nacque così -subito- la leggenda di Luenso dei Priàn, il Mericano , matto che buttava monete d'oro per aria e chi le acchiappava le acchiappava.
Ma la storia che Luenso aveva scritta in faccia non era quella di un ricco belinone. C'erano segni profondi di schiaffi, sulla fronte le guance e il mento, segni di baci, litigi, violenze, abbandoni e dimenticanze. Sembravano due gocce d'acqua i fratelli: ma Antonio era acqua del bronzino, Luenso acquaragia.
Si sistemò all' Albergo Stella davanti all' Oratorio di Sant' Ambrogio.
Stette perlopiù in camera ad attendere visite e improvvisate che non vi furono. Era ispida Voltri, un riccio geloso di sè.
Pensò a quanto Buenos Aires, laggiù, fosse una vera città ligure ed europea. Buenos Aires come Parigi, Londra, Berlino e Napoli.
Già, Napoli. La capitale morale dell' Italia. Anche i xeneixes di Boca diventavano tanos, dopo qualche tempo. Era l'irresistibile contagio della furbizia disarmante e fine a se stessa, del campare la vida, dell' allegria intelligente e , quindi, malinconica.
A Voltri gli pareva che non vi fosse niente di tutto questo. Fece visite di rito, con le poche forze a cui si aggrappava (ormai stanco anche di aggrapparsi). Rivide la Casa Rossa e i suoi lecci ma nessun tango gli si mosse dentro: era sfinito e vuoto, ormai.
Con il frè Antonio andarono in calesse al Convento di Santa Maria in Passione , a Genova, dalla sorella Canonichessa.
Regina. Che si era fatta altèra e gonfia di severità dietro la grata della clausura. Non si dissero nulla se non parole. Nada de nada.
Dopo poche settimane Luensìn ripartì. Fiacco, smagrito e tormentato da fitte ghiacciate alla schiena. I suoi crimini, i suoi tangos avevano urlato forte contro il nada da cui proveniva e che gli si era nuovamenteimbattuto contro.
Miriam, Giò, Alberto e la fattoria erano l'ultimo amore possibile. Il resto: nada.
Il mare del ritorno fu mite, scivolò via in quaranta giorni.
Ed ecco nuovamente il Porto de Boca. E sul molo la moglie, i figli, Dominico, Bacicìn, Errico, Idèa, Marèa, Violantina, el Fainà, Gennaro, el Rebora, Pascale, el Sciù Pesce, l'impresario tedesco vestito da gaucho, il tanghèro Carlos Gardèl (la testa scintillante di brillantina), il Quinteto Pirincho, Tristano, Calandrino, Cecco, il conte Ugolino, Amleto, l'amico Dino, Orlando e i Karamazov al completo. Tutti tanos, tutti esperti di buon ritorno.
Scese dal barco a piedi in avanti, con un lenzuolo sul viso.