da "CRONACHE DI SCALVARI" (Violantina)
Violantina batistuta scese dal barco e andò spedita, fronte bassa. Non era sua abitudine guardarsi intorno. Piccola e goffa procedeva dietro la schienaccia enorme del fratello. Presero alloggio in una delle case di Boca, lamiera ondulata pitturata di marrone, stesso colore della terra molle su cui poggiavano tutte le abitazioni del quartiere. Se al posto delle lamiere ci fossero stati i mattoni tutta Boca sarebbe sprofondata nella fanga. Il fratello lavorava, taceva, beveva. Ferrava i cavalli nella stalla di Zorzòn, un paesano maniscalco e produttore di sgnape da ammazzare un battaglione di orchi. La casa marrone era sua e Violantina ed il fratello Alfio vi abitavano da lui. Sretti, ma ci si stava. Zorzòn distillava tutto, anche l'erba gialla che si sforzava di crescere, a ciuffi, sulla sponda del Richeuelo. Venivano da Tricesimo, nel Friuli. Vent'anni Violantina e quaranta Alfio: l'ultima ed il primo di tredici, tra fratelli e sorelle. Unici a non avere maritato, mogliato e figliato.
Si era saputo, lassù, che Zorzòn nell'Argentina si era fatto il suo posto ed erano partiti. Lui per aiutarlo con a ferrare quelle bestie e lei per tenere pulita la casa, lavare i vestiti, preparar pranzo e cena.
Poi se tutto si fosse portato aventi bene, Zorzòn -che era della leva di Alfio- l'avrebbe forse sposata.
Bisognava vedere e capire.
Zorzòn, magro magro, alto e curvo come certi magri e alti che si piegano in cima, come pini, un unico occhio: mezzo blu e mezzo nero. Lavorava da matto e beveva la sua sgnapa. Al mattino presto pane e sgnapa. A mezzogiorno minestra e sgnapa. E a cena, manco a dirlo, altra minestra e altra sgnapa. E anche prima di addormentarsi, prima di immergersi nel buio sonno, anche allora: sgnapa, sgnapa. Come un imbuto. Ma briago non pareva mai.
Violantina gli piaceva, teneva tutto così bene quella ragazza, era così pulita e brava nei lavori. Peccato che non somigliasse nemmeno un po' a certe rmanzette che si trovavano nelle osterie o al passeggio o all'uscita della chiesa. Non solo era piccola e sgraziata ma pareva molto più vecchia dei suoi vent'anni. Begli occhi, questo sì, bel naso, bella bocca e stupendo sorriso ma le rughe le entravano nella faccia come solchi d'aratura, i capelli avevano già il bianco, qui e là. Però sapevano di buono le sue mani sempre linde, le unghie a posto, e i vestiti che metteva odoravano di sapone di Marsiglia e lavanda. Tanti rammendi in quei vestiti, tanto risparmio ma anche pulizia come mai Zorzòn ne aveva veduta.
Una sera, alla cantina, il maniscalco le chiese il pregio di un tango con lui, che aveva bevuto come una carriola ma era fermo, preciso nei movimenti di quella danza imparata subito e di cui Violantina non sapeva. Lei si lasciò portare. E dopo un tango ne fecero un altro, e poi un altro ancora, e ancora, ancora, ancora, ancora. Sette tanghi di malinconia, affezione e desiderio.
Prima che si mettessrero a ballare l'ottavo Bacicìn si alzò dalla sua carèga di spettatore, si piantò davanti al furlano e disse che basta, ora toccava a lui ballare con la fiola. Zorzòn lo scavò, con l'occhio neroblù, e non trovando niente di comprensibile nel fondo di Bacicìn rispose che la Violantina era sua, sua perchè serva sua, pagata da lui. Solo sua.
Si lisciò il mento, Bacicìn. Come a darsi un'aria pensosa. e fece cenno a Zorzòn di andargli dietro. Uscirono fuori dalla cantina e sotto le stelle argentine, quelle stesse stelle che erano state anche se per poco, le stelle del cielo della Repubblica Xeneixe di Boca, Bacicìn spiegò a Zorzòn la sua idea. Punto primo: non c'erano serve e servi ma lavoratori. Punto secondo: quando avevano finito il loro lavoro i lavoratori cessavano di essere del padrone. Punto terzo: che per le idee si può morire ed uccidere e lui per la sua idea ci avrebbe messo meno di poco a spaccare il cuore a un furlano o a tagliargli la gola. Punto quarto: che si levasse dalle cugge.
Zorzòn, ad un certo punto, sbiancò: balbettò che non era il caso di fare i galli in un pollaio dove c'era tanto d'altro. Che l'Argentina era grande e piena di femmine. Che lui si ritirava senza questionare e amici come prima. E tese la mano in pace a Bacicìn che gliela strinse serio.
Zorzòn aveva visto, in un lampo neroblù, Luensu sulla porta della cantina, appoggiato ad uno stipite, che giocava con il cutello e sorrideva. Aveva visto la luna specchiarsi sulla punta torva di quel cutello. E più che l'eloquio di Bacicìn era stata quella visione a convincerlo per la resa.
Ma Bacicìn dava le spalle all'uscio e non si accorse di Luensu. Non avrebbe mai voluto il suo agiutto. Per Luensu aveva disprezzo, non lo rispettava e non avrebbe accettato la sua protezione.
Luensu, invece, lo rispettava eccome il suo Bacicìn. e gli voleva bene come a un frè.