Maiko - Dirty in birdland - KnowArt

-- Mi chiedo se Freud abbia amato i suoi pazienti come i suoi cani, e credo di sì, onestamente, anche se dubito che si sarebbe lasciato riprendere con uno di loro al guinzaglio, a Londra, in un mattino di sole, seduto al tavolino di un ristorante o in una festa di famiglia--
giovedì, 28 febbraio 2008


da "CRONACHE DI SCALVARI" (Violantina)

moulin


















Violantina batistuta scese dal barco e andò spedita, fronte bassa. Non era sua abitudine guardarsi intorno. Piccola e goffa procedeva dietro la schienaccia enorme del fratello. Presero alloggio in una delle case di Boca, lamiera ondulata pitturata di marrone, stesso colore della terra molle su cui poggiavano tutte le abitazioni del quartiere. Se al posto delle lamiere ci fossero stati i mattoni tutta Boca sarebbe sprofondata nella fanga. Il fratello lavorava, taceva, beveva. Ferrava i cavalli nella stalla di Zorzòn, un paesano maniscalco e produttore di sgnape da ammazzare un battaglione di orchi. La casa marrone era sua e Violantina ed il fratello Alfio vi abitavano da lui. Sretti, ma ci si stava. Zorzòn distillava tutto, anche l'erba gialla che si sforzava di crescere, a ciuffi, sulla sponda del Richeuelo. Venivano da Tricesimo, nel Friuli. Vent'anni Violantina e quaranta Alfio: l'ultima ed il primo di tredici, tra fratelli e sorelle. Unici a non avere maritato, mogliato e figliato.
Si era saputo, lassù, che Zorzòn nell'Argentina si era fatto il suo posto ed erano partiti. Lui per aiutarlo con a ferrare quelle bestie e lei per tenere pulita la casa, lavare i vestiti, preparar pranzo e cena.
Poi se tutto si fosse portato aventi bene, Zorzòn -che era della leva di Alfio- l'avrebbe forse sposata.
Bisognava vedere e capire.
Zorzòn, magro magro, alto e curvo come certi magri e alti che si piegano in cima, come pini, un unico occhio: mezzo blu e mezzo nero. Lavorava da matto e beveva la sua sgnapa. Al mattino presto pane e sgnapa. A mezzogiorno minestra e sgnapa. E a cena, manco a dirlo, altra minestra e altra sgnapa. E anche prima di addormentarsi, prima di immergersi nel buio sonno, anche allora: sgnapa, sgnapa. Come un imbuto. Ma briago non pareva mai.
Violantina gli piaceva, teneva tutto così bene quella ragazza, era così pulita e brava nei lavori. Peccato che non somigliasse nemmeno un po' a certe rmanzette che si trovavano nelle osterie o al passeggio o all'uscita della chiesa. Non solo era piccola e sgraziata ma pareva molto più vecchia dei suoi vent'anni. Begli occhi, questo sì, bel naso, bella bocca e stupendo sorriso ma le rughe le entravano nella faccia come solchi d'aratura, i capelli avevano già il bianco, qui e là. Però sapevano di buono le sue mani sempre linde, le unghie a posto, e i vestiti che metteva odoravano di sapone di Marsiglia e lavanda. Tanti rammendi in quei vestiti, tanto risparmio ma anche pulizia come mai Zorzòn ne aveva veduta.
Una sera, alla cantina, il maniscalco le chiese il pregio di un tango con lui, che aveva bevuto come una carriola ma era fermo, preciso nei movimenti di quella danza imparata subito e di cui Violantina non sapeva. Lei si lasciò portare. E dopo un tango ne fecero un altro, e poi un altro ancora, e ancora, ancora, ancora, ancora. Sette tanghi di malinconia, affezione e desiderio.
Prima  che si mettessrero a ballare l'ottavo Bacicìn si alzò dalla sua carèga di spettatore, si piantò davanti al furlano e disse che basta, ora toccava a lui ballare con la fiola. Zorzòn lo scavò, con l'occhio neroblù, e non trovando niente di comprensibile nel fondo di Bacicìn rispose che la Violantina era sua, sua perchè serva sua, pagata da lui. Solo sua.
Si lisciò il mento, Bacicìn. Come a darsi un'aria pensosa. e fece cenno a Zorzòn di andargli dietro. Uscirono fuori dalla cantina e sotto le stelle argentine, quelle stesse stelle che erano state anche se per poco, le stelle del cielo della Repubblica Xeneixe di Boca, Bacicìn spiegò a Zorzòn la sua idea. Punto primo: non c'erano serve e servi ma lavoratori. Punto secondo: quando avevano finito il loro lavoro i lavoratori cessavano di essere del padrone. Punto terzo: che per le idee si può morire ed uccidere e lui per la sua idea ci avrebbe messo meno di poco a spaccare il cuore a un furlano o a tagliargli la gola. Punto quarto: che si levasse dalle cugge.
Zorzòn, ad un certo punto, sbiancò: balbettò che non era il caso di fare i galli in un pollaio dove c'era tanto d'altro. Che l'Argentina era grande e piena di femmine. Che lui si ritirava senza questionare e amici come prima. E tese la mano in pace a Bacicìn che gliela strinse serio.
Zorzòn aveva visto, in un lampo neroblù, Luensu sulla porta della cantina, appoggiato ad uno stipite, che giocava con il cutello e sorrideva. Aveva visto la luna specchiarsi sulla punta torva di quel cutello. E più che l'eloquio di Bacicìn era stata quella visione a convincerlo per la resa.
Ma Bacicìn dava le spalle all'uscio e non si accorse di Luensu. Non avrebbe mai voluto il suo agiutto. Per Luensu aveva disprezzo, non lo rispettava e non avrebbe accettato la sua protezione.
Luensu, invece, lo rispettava eccome il suo Bacicìn. e gli voleva bene come a un frè.

Gianni Priano (continua)
postato da dirtyinbirdland alle ore 28/02/2008 13:29 | link | commenti (1)
categorie: gianni priano, cronache di scĂ lvari
giovedì, 28 febbraio 2008

postato da dirtyinbirdland alle ore 28/02/2008 08:00 | link | commenti
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giovedì, 28 febbraio 2008

Pazienti ingressi

Fotografia5_LuigiGhirriCapri1981


















(Luigi Ghirri - Capri, 1981)


E allora dimmi: com’è la sua?
E’ scarna, spartana, pochi orpelli.

Il mio la tiene linda e bianca.
Ha tende alla finestra.

E sul citofono? Da me una scritta neutra.
Dal mio c’è il nome di una donna. Un’altra.

E senti odori? E quali odori senti?
Il legno della mensola che sa di acero.

Da me si sente quello delle stoffe.
Odor di palazzetto diroccato.

E tu, tu cose pensi entrando?
Che ho voglia della lucciola diurna.

Io che le lucciole in bicchiere
Fan comunella con le ombre stanche.
postato da dirtyinbirdland alle ore 28/02/2008 07:47 | link | commenti (2)
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martedì, 26 febbraio 2008

da "CRONACHE DI SCALVARI" (quei tredici libri)

cigare















Ma i primisssimi libri, libri non da studiare ma da leggere per il piacere di leggere una storia, Dominico li ebbe proprio da Luensu che si presentava a Boca un paio di sere al mese in cerca di giovanissimi aiutanti (complici) per lavoreti facili (velate minacce a bottegai che non pagavano la "protezione", furti di oggetti sacri nei Santuari, incendi dimostrativi di stalle, magazzini, frutteti).
Della Banda du Riàn si incamminarono a seguito di Luensìn El Hidalgo ed el Ciappa. Los Tanos aderirono in massa mentre  i Magnaraviolete si chiusero a riccio tirando fuori gli aculei tutte le volte in cui il tànghero voltrese provava ad avvicinarsi ad uno di loro.
Temporibus illis (1884) Dominico aveva undici anni e già buona esperienza di fabbrica, sassaiole, privazioni e soddisfazioni. Bacicìn era stato un bravo puè e tra i due, padre e hijo, passava robusta la corda della tenerezza ritrosa e del rispetto.
Ma l'amore, eh: l'amore! L'amore , allora, non fu per il padre ma per i libri (l'amore bruciante!) che Luensu faceva arrivare dall' Europa e che leggeva rapido per poi passarli in fretta, e regalarli, al figliolo del suo vecchio amico e socio.
Il primo libro fu "I Miserabili", in una traduzione piratesca tirata giù proprio da Luensìn con l'agiutto di Renè Varenne, uno scassinatore di ottima mano, occhio vispo e piede lesto. Quel libro, dunque, venne donato a Dominico con annessi tre quadernoni sui quali Luensìn e Renè avevano tradotto (e certamente molto tradito) l'epopea di Valjean, Javert e Cosette. Venne poi subito la volta de "L'ultimo dei Mohicani"  "I Tre Moschettieri ", "I Viaggi di Gulliver", "La Lettera scarlatta", "Il Circolo Pickwick", "David Copperfield", "Don Chisciotte", "I Promessi sposi", "Le mie prigioni", "Le Confessioni di un ottuagenario", "I Malavoglia".
Bacicìn gli aveva costruito una piccola libreria, nel cucinotto, usando gli assi di un brigantino in malora, addormentato nell' acqua stagna del porto da anni, ripulendoli e coprendoli di olio di oliva e cera d'api .
Quei tredici libri in vista significavano per Dominico la scoperta di una sua personale Mèrica selvaggia, tanto che bruscamente smise di andare nello Riàn e della vida di fuori lo prendevano bene solo il lavoro in fabbrica, la scuola dei Massoni, le parole dei tanghi e quell'attimo, in piazza, in cui Luensìn gli consegnava il libro fresco come un uovo di gallina. Tentava, anche, di offrirgli un sigàro, Luensu. Ma lui no, belìn, era zueno, un fuentino, un bambino e sigàri nulla. Niente fumo, mica son nescio, diceva.
Fumavano, invece, El Hidalgo e Dria. El Ciappa no perchè i sigàri gli facevano venire male e sbatteva lì. E anche solo a sentire l'odore da lungi si astomagava.

Gianni Priano (continua)
postato da dirtyinbirdland alle ore 26/02/2008 19:14 | link | commenti
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martedì, 26 febbraio 2008

Signìficati

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(Photo by Nobuyoshi Araki)


Eri un pezzetto di carta stropicciato
Nascosto nel fondo della tasca

Pungevi e facevi ostacolo di te
Ogni volta che con le dita

Mi addentravo ti incontravo
Era memoria di te la superficie

Asciutta un po’ rigida indurita
Se avessi osato quello che tu dici

Inesprimibile ti avrei spiegato.
postato da dirtyinbirdland alle ore 26/02/2008 05:55 | link | commenti (1)
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martedì, 26 febbraio 2008

da "CRONACHE DI SCALVARI"  (la Società di Muto Soccorso "Giordano Bruno")

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Come e quando Luensu si fosse scoperto poeta nessuno dei vecchi o dei meno vecchi se lo chiese, a parte Bacicìn. Si erano salutati anni prima ad un bivio, senza che nessuno dei due sapesse leggere o scrivere. A Bacicìn pesava l'ignoranza, per questo ci teneva che suo figlio Dominico avesse fatto la prima classe. E che lo aspettasse un futuro di segni comprensibili. Lui dal futuro non si era tirato indietro, i risultati del proprio ingegno li stava raccogliendo. Denari  continuava a spedirne a fratelli e sorelle ed alla Banca, in Italia. Senza fare mancare nè a sè nè a Dominico gli agi minimi della vita, i gambali per la pioggia, gli scarponcini da lavoro sempre risuolati, le scarpe di tutti i giorni e quelle del passeggio domenicale. I pantaloni , il berretto, gli spiccioli in tasca e la gavetta piena, a mezzodì, in bulloneria.
Ora Dominico lavorava con il padre. Un operaio mignon, schitimìro, seccu seccu. Faceva le stesse ore di un adulto. La domenica mattina, mentre Bacicìn fabbricava in laboratorio cannelli di zolfo per il torcicollo e pastiglie digestive , lui andava dai Massoni , nella Società di Mutuo Soccorso "Giordano Bruno", a imparare lo spagnolo, l'italiano, la geografia, l'astronomia e un pelo di latino. Le lezioni iniziavano alle cinque e terminavano all'ora di mangiar pranzo, insomma occupavano il tempo delle tre messe domenicali. In tal modo noialtri liberi pensatori onoriamo il giorno della divinità, diceva il vecchissimo Maestro, studiando e perfezionando la conoscenza entro i limiti della ragione. Michelangiolo Gherardi, così si chiamava il Maestro. Portava i capelli bianchi cortissimi ed una candida barba profetica che gli ornava abbondantemente il mento. Vestiva di scuro ma l'aria seriosa veniva rotta, in maniera quasi clownesca, dagli sgargianti farfallini che di solito sfoggiava: rossissimi, blu a pois gialli, rosa, giallini, verde-lucertola, cartazucchero, violetti a strisce arancione. Farfallini male in arnese, sfilacciati e tuttavia lindi, eleganti. Usciva di casa -una stanzetta zeppa di libri con cesso e cucina condivisa insieme a due numerosissime famiglie xeneixes -soltanto la domenica per la lezione alla Società "Giordano Bruno". Il tempo rimanente lo spartiva tra il sonno, i sogni e il sapere.

Gianni Priano (Continua)
postato da dirtyinbirdland alle ore 26/02/2008 05:29 | link | commenti
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domenica, 24 febbraio 2008

La samaritana

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Un sorso d’acqua. Per la mia stanchezza.
Per la fecondità della mia debolezza.
Per come attrae e ti parla.
Per come mi racconta.

Un sorso d’acqua. Che mi porti a te.
Acqua che non ha pozzo in cui stagnare.
Che lavi tutto del percorso stanco che ti segna.
E che cancelli tutti quanti i tuoi non posso.

Sorgente il mezzogiorno si fa a volte.
E qui ti incontro e tu mi narri.
E non mi porgi l’acqua. Sono io che tendo.
Io che di solitudine destino sgorgo dentro.

Tu torni a me vestita d’altra gente. E poi
Giovanni diamantino ci racconta dialoganti.
Siamo la completezza di un incontro,
Ed io il destino di un pozzo senza fondo.

Parte di me ne torna a galla sempre.
Parte s’involve e porge labbra al monte.
postato da dirtyinbirdland alle ore 24/02/2008 18:21 | link | commenti (2)
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domenica, 24 febbraio 2008

da "CRONACHE DA SCALVARI" (Luensu compone le parole dei tanghi)

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Verso la fine dell' anno tornò a girare saltuariamente per Boca una vecchia ghigna, di cui nessuno più si ricordava. Sigàri cubani sempre pronti, piccolo anello con brillante al mignolo, ciappelette al miele ed alla fragola in tasca e una mattìa, ossessiva, per i tanghi. Lui stesso ne componeva, vendendoli poi ai musici. Faceva le parole e abbozzava l'aria. I musici vestivano di note e di voce il suo lavoro. I figgi du Riàn erano encantadi. Lui pagava a destra e a manca gotti di vino, regalava spiccioli ai giovanotti, offriva sigàri cubani.  Si sapeva che nella tasca delle braghe bianche teneva il cutello. Il vero mestiere di Luensu Priano (Prianìn, per via della statura modestissima) stava nel trafficare per delinquenti molto più grossi di lui.
Così i ragazzini venivano messi in guardia da madri e padri. Non fatevela mica raccontare da quella leggera, dicevano.

Pluvia de colores
sovra l'agua do flume
que reflete la vida.
Pluvia de dolores
en el recuerdo que tengo
en la noche del cuore.
Fèmina infinida que par te
mi aliento se alarga de vino
turbìo orizonte vido barcos que van
alejando para siempre.

Una sera, alla cantina, Bacicìn cantò e il vejo Mario suonò. Donne e uomini ballavano le parole di Luensu. Non era mai successo e non sarebbe successo più. Non era amato Luensu. Ma quella sera andò così e lui guardava gli occhi del suo amigo di un tempo, Bacicìn, los ojos pieni di voce forte e onesta. Guardava da seduto, sulla carèga vicino al bancone, mentre la sua guappa gli si strusciava addosso senza capire nè vedere quanto, dentro, stesse piangendo l'occasione perduta, tanti anni prima, di essere uno dei tanti, tra i tanti.

Gianni Priano (continua)
postato da dirtyinbirdland alle ore 24/02/2008 07:55 | link | commenti
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sabato, 23 febbraio 2008

da "CRONACHE DI SCALVARI" (i soprannomi, le bande)

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Ci dicevano: Banda du Riàn, e il Riàn era quello del Richuelo. Fiumaroli, cacciatori di bisce, ladri di polli che cuocevano sulle pietre incandescenti. Non avevano un capo carismatico, scelto per acclamazione, ma un generale eletto a maggioranza e il suo secondo, aiutante e consigliere, era indicato dalla minoranza. Al primo smarrone, prepotenza o idiozia si votava per cambiare il governamento. Bastava che uno solo lo chiedesse e si facevano subito nuove votazioni.
Al posto di nome e cognome ciascuno aveva un soprannome: Dominico era El pibe e Paulino El Pochetto. Molti nomignoli venivano mutuati dal padre, dal nonno o da qualche zio. Non tutti, però. A volte si originavano, questi nomignoli, per assonanza, particolarità fisiche o luogo d'origine o abbreviazioni dell'intero nome. Così Fernando era Nando, Juàn era El Hidalgo, Carlo Maria era EL Preve, Venanzio era El Brugo, Antonio era Tognetto, Giulio era El Tànghero, Ismael era El Foresto, Francesco era Checco, Santino era El Santo, Andrea era Dria, Ricardo era Rico, Edelmiro era Miro, Teresio era El Cà Nueva, Stefano era Esteban, l'altro Francesco era Checchìn, l'altro Juàn era Juanìn, l'altro Andrea era El Pionono, e l'altro Andrea ancora era El Ciappa.
La Banda du Riàn aveva tre Bande nemiche: la Banda dei Magnaraviolete, la Banda dei Los Tanos e la Banda dei Ribelli.

Gianni Priano (continua)
postato da dirtyinbirdland alle ore 23/02/2008 15:45 | link | commenti (1)
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sabato, 23 febbraio 2008

da "CRONACHE DI SCALVARI" (i ragazzini)

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Durò poco la Repubblica Xeneize di Boca ma lasciò un segno (e parecchi bernoccoli sulle teste, occhi pesti, ferite da arma da fuoco, mani spiaccicate sotto le suole degli stivaloni degli sbirri). Forse i più toccati da quella storia, dai discorsi e dagli spari, furono i figli - bambini - ragazzini di quei padri compressi tra la nostalgia ed il bisogno di novità, uomini di nessuno, trabajadores infaticabili che abitavano le stanzette dei conventillos comunardi di Boca e vivevano nel lavoro.
Con quei bambini e ragazzini venne su Dominico mentre iniziavano a prendere forma i primi tanghi lunfardi, in una mano il coltello e nell'altra la donna, a far da scudo. Pensieri tristi da ballare e  vida da defendere con i denti. Loro, giovanissimi, ancora non guardavano le femmine se non da lungi e confusamente. Li pigliava bene il dividersi in bande, odiarsi, amarsi, sospettarsi, combattersi, far pace. E poi geurra, di nuovo. Bastonate dure e proiettili di fango seccato al sole, pietre belle e buone, prigionieri legati al palo, scempi di panni stesi, trottole, lippe, carnassa di bove cotta di  di nascosto sulla riva del Richuelo, nero come l'inferno, dietro ai brughi ed ai massi.
Dominico, Paulino, Fernando, Juan, Carlo Maria, Venanzio, Antonio, Giulio, Ismael, Francesco, Santino, Andrea, Ricardo, Edelmiro, Teresio, Stefano e ancora un altro Francesco e un altro Juàn e altri due Andrea. Ma a Boca, come ovunque, il nome anagrafico serviva soltanto per gli uffici e per gli sbirri: nessuno, o quasi, era chiamato tal quale al nome di battesimo, nel barrio. E il cognome, sovente, spariva proprio.

Gianni Priano (continua)
postato da dirtyinbirdland alle ore 23/02/2008 05:42 | link | commenti (2)
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giovedì, 21 febbraio 2008

da "CRONACHE DI SCALVARI" (Boca insorge nel 1882 e innalza la bandiera grifona)

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Nel 1882 al comignolo della casa più alta di Boca una manica di operai delle fabbriche, muratori e portuali aveva legato la bandiera grifona della Repubblica di Genova, proclamando repubblicana anche Boca. Accadde dopo il grande sciopero in cui amici, compagni e fratelli si erano contati, enfurencidi verso il feudalesimo dei latifonderi e i porcicomodi clericali. Pochi restarono sulla porta di casa. Insorsero quasi tutti e tutti insieme, pisacaniani, anarchici, massoni, mazziniani e seguaci di Carlos Marx. Con parole di niebla nella testa (Umanità, Dio, Pensiero, Azione, Libertà, Indipendenza, Rivoluzione). E mani forti e maiuscole e nette ben più delle parole.
Giambattista Bacicìn Devoto (el megante bullonero) coltivava una sua personale eresia. Senza letture nè scuola pensava semplicemente, con il medesimo intuito analfabeta con il quale preparava medicamenti, osservando e provando. Su di sè, nella maggior parte dei casi. Questo pensava: che per un uomo l' onore è tutto ed alla stramba benevolenza delle suore doveva la cura dell'infanzia di Dominico. E siccome sentiva di non potere avercela con i preti senza avercela con le suore, e l'ingratitudine verso Madre Consolata gli pareva un' infamia bella e buona, tralasciò l'astio per i preti e si propose di non proferire mai parola contraria (ma neppure favorevole) su costoro e in merito alle monache avrebbe detto sempre di essere stato aiutato da alcune di loro e di avere con loro un grande debito che estendeva alle monache tutte, di ogni razza, paese e continente.
Sul lavoro pensava che ogni uomo abile poteva adoperare la propria abilità per arricchirsi e soddisfarsi o entrambe le cose e tenere alle dipendenze altri uomini da cui cavar profitto senza eccesso e pagando loro quanto stabilito in un patto stipulato prima dell'assunzione, un patto tra galantuomini fedeli alla parola data.
Nella fabbrica e non oltre un uomo poteva essere detto dipendente di un altro uomo ma non mai suo, nella vida, e il padrone della fabbrica non aveva diritto di mandare, per esempio, a comprare tabacco o vino neppure il più pivello garzonetto bocia pischello assunto per lavorare il ferro, il legno o i mattoni.
Se il patrone violava le cose pattuite in precedenza la fabbrica passava dritta ai lavoranti e solo un terzo di essa toccava ai figli dei padroni se aveva figli o alla moglie e fratello e cognati se aveva moglie, fratelli e cognati.
Pensava anche questo: che in ogni parte del mondo l'uomo poteva andare libero a cercare fortuna senza necessità di passaporti. Che gli Stati dovessero essere molto piccoli, di non più di mille teste e ogni stato fosse fermamente repubblicano con un presidente eletto da uomini e donne sopra i sedici anni. A sua volta lo Stato si sarebbe spicchiato in dieci cantoni di cento teste ciascuno e con un capocantone eletto dalla popolazione del cantone di età superiore ai venticinque anni. E ogni cantone diviso in quattro squadre sorelle, venticinque teste ognuna e senza un capo ma tre delegati del popolo scelti dagli uomini e dalle donne di ogni squadra sopra i trentacinque anni.
E che pure i giudici dei tribunali e pure tutti i gendarmi, uno per uno, doveva votarli e sceglierli il popolo. A capo dei giudici e dei gendarmi vi fosse il più anziano e mite e istruito di loro scelto ancora una volta per votazione del popolo riunito.
Nessuna pena doveva corrispondere alla morte poichè l'uomo non spadrona su nessuna vita di uomo, donna, bambino che solo Dio o il Destino hanno facoltà di interrompere.
Che ogni religione o idea umana poteva dirsi pubblicamente in libertà ed esprimere le sue forme e i suoi riti in ogni luogo pur di non disturbare con rumore o grida o parole o musiche la quiete della cittadinanza. E a tal proposito le campane delle chiese potevano suonare solo tre campane: alle otto per annunciare l'inoltrato mattino, a mezzodì per il pranzo ed alle cinque del pomeriggio per comunicare la sera che viene.
Che vino e droghe potessero essere consumate in libertà al chiuso delle case senza danno e molestia per alcuno. Che qualunque danno o molestia causati dall'uso ordinario o esagerato di vino e droghe fosse punito per l'entità del danno con un aggravio di due giorni di prigione per il consumo indiscreto delle sostanze.
Che il furto fosse punito al pari dell'assassinio perchè lesivo del sacro fondamentale diritto alla propria proprietà e dunque con il massimo della pena ovvero venticinque anni di carcere. Ciò in riferimento a tutti i furti tolto quello del pane, dell'acqua, degli abiti o coperte: in tal caso il reo doveva produrre nel forno del danneggiato tanto pane quanto ne aveva estorto.
Delle coperte e degli abiti invece entro un anno si sarebbe restituito il valore stabilito dal giudice in denaro tenendo conto della vecchiezza delle vesti e del logorio delle coperte al momento del furto.
L'acqua non occorreva risarcirla: essa viene giù dal cielo.

Gianni Priano (continua)
postato da dirtyinbirdland alle ore 21/02/2008 21:52 | link | commenti (2)
categorie: gianni priano, cronache di scĂ lvari
mercoledì, 20 febbraio 2008

da "CRONACHE DI SCALVARI" (los ojos)
occhi
 
Boca lo accolse con un tenue malinconico sorriso. Dominico el pibe. I più anziani -poichè questa domanda spetta loro, da sempre, di diritto e di dovere- sbiaditi nella memoria del recente gli chiedevano: hombre, de chi ti sei ? (non : chi sei ma de chi ti sei). E Dominico imparò a rispondere sono el hijo de Bacicìn Devoto, el megone bullonero, sono el nieto de Katerina la Russa, muè de la povera Pellegrina. E i vecchi gli toccavano un braccio, un ginocchio e gli propinavano un giocoso pattone sulla nuca. Voltata loro la schiena li sentiva sussurrare, bisbigliare, sospirare tra i pochi denti marci. Qualche volta i più inopportuni gli infliggevano l'enigmistico gioco delle somiglianze: la canappia è de Bacicìn, la frunte è de so abuèla (me pare de veddila), la bucca indubitabilmente de so muè Pellegrina bonanima ma los ojos, eh, los ojos neigri saranno de o lunfardo che si godette la Russa. Porcu de un marinero.
Era vero: il nasetto aguzzo veniva dal padre, la fronte alta era di Katerina Ivanovna e la bocca -poi- tale e quale precisa a Pellegrina. Ma gli occhi, los ojos, sapevano di foresto, di sarvago. Ojos stranieri anche lì a Boca dove stranieri erano tutti. Eppure quello sguardo arrivava da più lontano ancora. Stava lontano, in ansietà ed abissi. E in gorghi e vertigini e smarrimenti.
 
(continua)
Gianni Priano
postato da dirtyinbirdland alle ore 20/02/2008 11:15 | link | commenti
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