Cronache di Scàlvari

(Photo - Luger, particolare)
I
Bovone camminava per le strade di Scàlvari che è una città immaginaria e immaginarie sono le partenze da lì. Immaginaria la stazione, immaginario il capolinea delle corriere.
Reale a Scàlvari è passeggiare rimirando le vetrine delle macellerie e i vicini di casa seduti al Gran Bar Caffè.
Io di Scàlvari sono esule onorario.
Bovone non mi guarda quando passeggiando ci incontriamo. Io ho per lui la speciale deferenza che provo ogni volta verso qualunque corpo padrone coperto di sangue e credo che lui sappia di me e di cosa ho in testa.
Lui dirige da quindici anni il CentroConsulenze, io ci lavoro da ventuno in quel Centro.
Il direttore di prima era un notaio sporcaccione, uno che puzzava di capra e codici e muffa e Democrazia Cristiana. Di puttane e di fritto.
Bovone, all'invece, colora di sangue e non ha parte o partiti. Ci tratta da scemi e ignoranti. Riga dritto perfino il commesso, una spia della Curia.
Se a Scàlvari scrivi su un muro è la galera e a Bovone non capisci se piace tutto quest'ordine. Non sai cosa gli piace.
Ci sono sere, finito il lavoro, che vorrei morire. Che non sento niente fatto salvo il buio e appena un po' di freddo.
Allora prendo il viale dei melangoli e vado sul mare a guardare il frangionde.
L'altra sera c'era anche Bovone sulla spiaggia, in camicia. L'ho salutato con un cenno e un sorriso ma lui ha fatto finta di niente.
II
A Scàlvari c'è un prete, don Peppino, capo di LiberinCristo. Don Peppino ha le ciabatte in tante scarpiere, idealmente allineate. Sono le scarpiere situate nei ripostigli delle migliori famiglie scalvaresi.
LiberinCristo nacque per reazione all'ondata di pauperismo evangelico emerso nel 1968 e negli anni successivi. Nacque a Milano e don Peppino portò, dal capoluogo dei risotti, il Verbo liberincristesco fino a Càlvari dove questo Verbo attecchì perchè trovò grassa terra commerciante fertile e odorosa di investimenti. Non c'è luogo calvariano in cui il risottaro don Peppino non abbia messo naso, mano, becco o buttato occhio.
L'idea base di don Peppino è che siccome capita che il Figlio dell' Uomo sovente non sappia dove posare il capo è bene preparargli giacigli comodi in belle case, bene arredate e prudentemente frequentate: da qui il proposito di convertire e riconvertire ricchi e potenti chiedendo loro non di rinunciare agli agi ma di porre ogni agio a disposizione di quel Figlio dell' Uomo che don Peppino tiene nel cuore.
Chi mette le ciabatte a don Peppino le mette al Figlio dell'Uomo.
III
Quando arrivai a Scàlvari presi casa dalla signora Bancalari, camera e cucina ricavate nei fondi di Villa Boca, nella strada degli Americani. Pago un affitto saporito per trentasei metri quadri di linoleum. Dall' unica timida finestrina vedo le ruote delle auto e gli sbuffi dei tubi di scappamento. Per leggere,fosse anche un mezzogiorno di luglio, devo accendere la luce al neon. Ma uno ci fa l'abitudine. Da ventunanni abito qui. Ventuno inverni di stufetta elettrica e calzettoni indossati a tre paia per volta.
La signora, quasi centenaria, occupa le altre sedici stanze della Villa. Il martedì pomeriggio don Peppino si intrattiene con lei una mezz'ora, giusto il tempo per una tazza di mate nel salotto delle monete antiche o per un tamarindo sotto la magnolia.
Ogni volta don Peppino esalta con le sue fervide parole la bellezza di Villa Boca, la vetustità dei marmi, l'ampiezza dei due saloni, la fantasia degli arazzi, la levità degli stucchi.
"Qui il Figlio dell' Uomo entra sempre volentieri" sembra dire -o dice- con voce ferma.
IV
Il primo posto in cui mi sono scaldato, ho mangiato e letto un giornale appena sceso dal treno a Scàlvari è stato il bar dell' Hotel Sambuceti. Ma è nel secondo bar conosciuto, dopo i negozi e le luci, dove Scààlvari si improvvisa periferia, che pranzo da più di due decenni con i caffè e le brioches, i toast e le pizzette e i latti macchiati. Ben distante dalla stazione, dalla Curia, da don Peppino e da Villa Boca il baretto di Severina mi nutre cinque giorni su sette, quando evitati i colleghi, imbuco Vico Vena.
Piedi grandi nelle ciabatte e sensuale sciatteria, rossi i calcagni e la sottoveste che spunta sotto il ginocchio, la bianca Severina ha tra i capelli il fumo delle sigarette e gli umori del caffè. Un'aria umida e uno spolvero di zucchero a velo. A volte ride e le balla la pancia. Mi viene su una rana, dall'osso sacro alla nuca, una lucertola o un asino quando lei ride così, facendo ballare la pancia. Allora la guardo e lei chiama la figlia a sostituirla dietro il banco, si toglie il grembiule e andiamo di sopra. La figlia ha i miei anni. L' ha avuta presto da uno che passava.
V
Qui a Scàlvari tutto è straniero, esilio. Ci sono volte in cui mi si chiude la gola. La domenica è una tortura, non esco mai. Dormo fino a tardi, fino a metà pomeriggio e poi faccio notte restando a letto. Mangio frutta, dolci e guardo la televisione. Film e aste. Film in bianco e nero, se ce ne sono, oppure quello che c'è. Aste di quadri, se possibile. Mi piacciono i venditori. Sono lottatori, come me.
Io sono un lottatore. Ridicolo come i venditori di quadri, tappeti e servizi d'argento. Tenace come loro. Lo so quanto vuote sono le domeniche dei venditori. Profonde e nere, quasi senz'aria. Non so dei loro sabati, invece. I miei sono notturni, di passi. Sulla riviera. I chioschi, le palme, i semafori. Ho tanta forza e voglia di andare il sabato notte. Nonostante le mie corte gambe e il mio corpo gracile. La mia magrezza che mi cola giù dalle ossa.
Ho, dei venditori, anche l'aspetto ripugnante, la barba nera che per quanto rasata lascia il segno, il fegato rotto, le occhiaie, il fiato pungente. Al CentroConsulenze mastico liquirizie tutto il giorno ma il sabato mi lascio stare, lascio che mi rinvenga l'anima, dai budelli, finchè non ne ho piena la bocca.
C'è una linea, nella vita, oltre la quale non si può andare. io ci striscio sopra.
VI
Se la mia storia fosse un giallo, e forse lo è, la questione centrale consisterebbe, credo, nel capire da dove arrivo e come (in treno, certo, ma perchè?) a Scàlvari ventunanni fa. E se ci arrivo per forza o per caso, mandato da qualcuno, magari, oppure no. E perchè per ventunanni ho continuato a viverci e se ho un altrove. Se la mia storia fosse un giallo un ispettore con l'impermeabile e l'andatura particolare mi chiederebbe quanti anni ho e dove sono nato e se ho parenti da qualche parte del mondo. Se fosse un giallo, questa storia, dovrei rendere conto del mio odio per don Peppino, dell'ambiguità emotiva verso Bovone, delle domeniche a letto, dei sabati notte a camminare, dei disturbi alimentari, del fegato crocifisso e dell'eccessiva magrezza. Dovrei raccontare di Severina e delle sue carni bianche, del suo odore di casa e folla. Di mia madre e mio padre, di anni lontani e natali e pasque e ferie d'agosto con loro, portato da loro (dove?). Della scuola dovrei parlare. L'ispettore chiederebbe di potere guardare le pagelle, le assenze sui registri, i ritardi.Proverebbe a rintracciare compagni e compagne di classe, a decodificare agende vecchie e calendari con i giorni segnati a penna.
Potrebbe essere un giallo , la mia storia. Ma bisognerebbe capire perchè lavoro al CentroConsulenze.
VII
I colleghi del CentroConsulenze sono sette. Otto impiegati con me. Il nono è Bovone, il nostro capo. Il decimo è il commesso. Bovone sta nel suo ufficio, il commesso nello stanzino e noi otto nello stanzone. Otto consulenti per sette scrivanie. Ciuppini e Montevideo se la dividono. Proprio loro, che si guardano in cagnesco da sempre.
Per fortuna non c'è un bel clima in ufficio. Questo va a vantaggio della libertà di movimento e degli spazi ricreativi di ciascuno. All' ora di pranzo mi dileguo e in pochi minuti di passo frettoloso sono da Severina.
Garibaldi e Fiume mangiano in ufficio, Ciuppini va a casa e, qualche volta, da Sambuceti insieme a Bovone. Montevideo al bar della Croce Verde. Campodonico e Brignole in trattoria con i buoni pasto delle mogli impiegate comunali. Innovage salta e va in piscina a nuotare.
Innovage (è il suo vero cognome, Leo Innovage, nativo di Marsiglia)ha sostituito la religione dell'infanzia e della prima adolescenza, ossia il marxismo ortodosso, con il culto della forma fisica. Asciutto, nervoso e tagliente nei giudizi vive di rinunce e integratori salini. Lavora con noi da pochi anni, è l'ultimo arrivato ma di tutti, anagraficamente, il più anziano.
Odia Bovone e lo dice, con la sua vocetta di lamiera, lo odia sottilmente. Un odio fatto di spilli, amarezza, veleno.
Un amore di nostalgia e sogni annodati nel cuore notturno dello stomaco. Dove abita la mancanza.
VIII
Guardavo un piccione (una tortora?) beccare le briciole, ieri, ai giardini davanti alla stazione. Alzo gli occhi e vedo don Peppino, secco e nero, che immobile mi osserva. Non ci siamo mai parlati, se ci si incontra ci si saluta con un cenno. Ma ieri don Peppino non mi ha salutato: nessun cenno. Io sì, gli ho sorriso lievemente ma lui non ha risposto e, di scatto, ha voltato le spalle e si è incamminato verso il carrugio, la strada maestra dei negozi di abbigliamento e delle macellerie. Ad un certo punto da un portone è saltato fuori Ciuppini e si è messo a corrergli dietro sgangheratamente (ha il piede equino, Ciuppini). Lo ha raggiunto, lo ha preso sottobraccio. Non sapevo che si frequentassero. Don Peppino non è tipo da passeggiare a braccetto con lavoratori dipendenti a meno che non siano insegnanti o militari.
Quale debito, credito, obbligo o scommessa aveva spinto i due bracci ad ancorarsi? Li ho seguiti e lo stupore è aumentato, è diventato sussulto e meraviglia quando li ho visti entrare nella Caffetteria Canestri, la più cara e sfiziosa di Scàlvari (vera gloria della torta di rose e della cotognata, del cappuccino, del caffè al cioccolato). Don Peppino ha fatto segno a Ciuppini di passare per primo e, poi, dalla soglia ha girato lo sguardo piantandomi gli occhi negli occhi. Sono bestie quegli occhi, vivono per loro conto. Sono nudi cani da guardia umidi di bava. E bellissimi, azzurrissimi. Un mondo feroce e azzurro che secerne bava e ringhia, interroga, giudica, perdona, ammonisce, santifica. In pochi secondi quegli occhi mi hanno perso, trovato e perso ancora. Dall'altra parte della strada c'è Bovone (mi ha visto? ha visto Ciuppini? ha visto don Peppino?), seduto su una panchina di pietra. Proprio lui che seduto non sta mai, neppure in ufficio. Di sguincio ho notato sua moglie uscire dalla macelleria con borse della spesa colme. Lui le ha detto qualcosa, in un orecchio.
IX
Io a Scàlvari sono venuto, ventunanni fa, ad uccidere. L' Assemblea mi ha dato un compito che era, intimamente, il mio compito. Ha tratto il mio compito da me e lo ha messo davanti alle mie emozioni, alla mia ragione e alle mie capacità di critica e calcolo. Ha voluto che lo facessi crescere, il mio compito. Come fosse un bambino piccolo da sorvegliare e nutrire.
L'azione è compartimentata. Solo l' Assemblea che l'ha pensata e che la dirige la conosce. Gli altri livelli dell'organizzazione, le Dodici Bande, gli Incursori, i Custodi del Programma, il Gruppo dei Cinque ne ignorano tempi, luoghi, modalità, obiettivi e contenuti .
E solo io so con quale arma la realizzerò. E dov'è l'arma, dove sono i proiettili.
X
La pistola, una Luger, l'ho comprata da Eraldo ventunanni fa, un mese prima di partire. Penso che lui l'avesse trovata in collina, dentro qualche bunker. Era appena uscito di galera quando andai ad incontrarlo, nel bar di sua madre. Lui faceva dentrofuori dalla prigione, sempre per rapina. A volte scappava dal carcere ed entrava in latitanza, protetto dalla leggera milanese ed alessandrina. Poi lo ripescavano.
Con l'organizzazione non aveva mai avuto contatti, credo ci disprezzasse per la vita anonima che la maggior parte di noi conduceva. Eravamo infatti operai, impiegati, ingegneri, insegnanti. Gente senza gloria. Quasi degli insospettabili. E lui, ghigno da delinquente, questo non lo tollerava.
Per Eraldo la vita era sfida individuale.
Mi infilai che pioveva in quel brutto bar e vidi la madre grassa e igrugnita sotto i capelli sporchi biondotinti. Lui stava giocando a flipper: "sono il nipote di Tugnina, mia bisnonna aiutava tua nonna fare gli aborti, là da Cassinelle. Cerco una pistola". "Te" balbettò (balbettava) "devi essere uno di quei rincoglioniti che so io. Cosa c'è, l'organizzazione non ce l'ha un ferro per te?" e aggiunse subito "io ci ho una Luger che è una magnificenza. Passa domani a quest'ora".
Intorno a noi, dietro, di lato c'erano solo anziani silenziosi e scombinati nei vestiti e nei denti, nelle guance malrasate e nel profuno troppo carico che mi rimase nel naso per un pezzo.
XI
La Luger l'ho nascosta nel materasso, l'ho messa dentro un sacchetto di plastica sigillato ed ho infilato tutto nella lana del materasso. Ci dormo sopra. I proiettili, avvolti nella stagnola e chiusi in una scatola di latta sono murati dietro una piastrella del bagno. Sento, sulla mia testa, i passi che la signora Bancalari strascina dal disimpegno alla sala centrale. La sento quasi fosse una lumaca ruvida. E sento camminare don Peppino con le scarpe nere, la domestica Tommasa, il giovane medico Arturo Desio.
XII
Poi improvvisamente tutto cambia, di sopra. Si spostano mobili, si portano via lampadari. C'è una processione di gente, a Villa Boca. Il furgone Traslochi Lombardo è in piena attività. Don Peppino dirige le operazioni. Le Pompe funebri Vaccarezza & Figli svestono, rivestono, lucidano, incassano la vecchia.
Ne danno, su manifesto con bordatura viola e crociona dorata, l'annuncio gli amici a lei più prossimi, don Peppino e dottor Arturo Desio, le nipoti Geraldina ed Edda con i loro mariti, i pronipoti Benedetto, Tomaso, Maria Chiara, Paolo, Maria Paola insieme a quanti la apprezzarono in vita. Sotto la crociona don Peppino ha fatto scrivere: O Eterno Padre del Cielo e della Terra, mi inchino liberamente a Te che mi hai eletta manifestandoTi alla mia ragione così che ho potuto riconoscerTi come il misterioso destino a cui appartengo da sempre.
Anch'io vado a salutare la signora fermandomi dieci secondi davanti alla bara e segnandomi col segno di croce. Vorrei parlare a Geraldina e Carlotta dell'affitto, della mia particolare condizione di inquilino di una defunta ma mentre sto per avvicinarmi alle nipoti don Peppino mi anticipa, mi taglia la strada, prende sottobraccio le due donne e le porta in un'altra stanza.
Capisco che debbo muovermi, recuperare Luger e proiettili ed andarmene.
XIII
Gli sparo alla nuca, non ha tempo di muoversi, di accorgersi di me. La pallottola gli esce dalla bocca, si pianta nella parete di legno. Lui cade, ha un fremito, muore. Bevo un sorso d'acqua, cancello le improne dal'arma, che lascio sul tavolo della cucina.
Vado alla spiaggia, tiro una pietra in mare. Poi ne prendo una piatta e provo a farla saltare. Tre salti. Bovone è più in là, guarda per terra, forse la sabbia, forse la risacca o la punta delle proprie scarpe. Ha giacca e sciarpa.
Alla stazione Montevideo , Ciuppini e don Peppino stanno discorrendo, sullo stesso mio binario, accanto all'obliteratrice. Montevideo ride forte, sguaiato. Don Peppino gli fa segno di tacere e con un gesto degli occhi gli indica la mia presenza.
(Gianni Priano – Dicembre 2007)