Maiko - Dirty in birdland - KnowArt

-- Mi chiedo se Freud abbia amato i suoi pazienti come i suoi cani, e credo di sì, onestamente, anche se dubito che si sarebbe lasciato riprendere con uno di loro al guinzaglio, a Londra, in un mattino di sole, seduto al tavolino di un ristorante o in una festa di famiglia--
lunedì, 31 dicembre 2007





Due donne




































(Painted by Mario Colombelli)

Cinque poesie e mezza.

Cara Silvia,
abbiamo chiuso l’anno con un esercizio di scrittura. Un gioco, una restituzione, una forma di scavo. Chiudere l’anno con un pensiero su se stesse, su una voce data alle forme d’amore che ci hanno, nel tempo, riconosciute, è stato benefico, catartico, morbido.

Sono cinque poesie e mezza per ognuna di noi, e credo che sia stato e sia l’esercizio di un diario, un toccare della poesia quello strato che, autobiografico, ci disegna per come siamo nella scrittura.

La struttura era complessa, si trattava di dar voce, con la nostra, a quelle voci che ci sono cresciute dentro, una mappa in versi dell’esperienza di noi che noi crediamo abbia abitato gli altri.

Ho scoperto, scrivendo, che cinque e mezzo è poco, che avrei voluto ritornare su molte altre forme di amore che sento aver composto la mia sagoma interiore.

Non son riuscita a scendere nel nucleo saldo della mia famiglia originaria, non ho potuto dar le voci a quegli affetti. Forse perché ritornano di continuo nei sogni, e nel sonno.

Dalla veglia e dal corpo son venuti su i pensieri che si muovono nella mia coppia, come nelle coppie di versi. E le parole che in analisi non sono state dette, non per bocca.

Del suo stupore ha detto quel bambino che vive in mezzo al mondo e che ancora non ci incontra, me e l’esposo. E hanno parlato le cose che ho cercato, e che in qualche modo mi ritrovano sempre.

Il gioco è stato una vertigine, un rantolo, un subbuglio, ma anche un punto quieto del mondo. E’ stato, come direbbe Robert Schneider, ascoltare un battito. E non dormire più.

Allora, Silvia, grazie. Aspetto la tua quinta, e quella mezza che lascerà un varco presente e possibile. Io intanto, ti tengo aperta la porta. Sul nuovo anno.

N.

Roma, 31 dicembre 2007
postato da dirtyinbirdland alle ore 31/12/2007 08:58 | link | commenti (9)
categorie: cinque di cinque e mezza
domenica, 30 dicembre 2007

Peppino Marotto


Ci sono cresciuta lì
In quella paura

Nel sottofondo degli spari
Nascosti dietro tende

Fili di plastica e colore
Che brucia al varco dei caffè

Sul mare.
Ci sono cresciuta

E' stato un lievitare
Di spasmi in terra che non vuoi vedere

Di arti e parti
Di maccaturi sotto ceste

Di marmellate di more
Il maiale che è alle strette

E giù di segatura e detersivo
I panni che si lavano alla fonte

Il chiudersi spaurito del respiro.

postato da dirtyinbirdland alle ore 30/12/2007 10:33 | link | commenti
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domenica, 30 dicembre 2007

Cinque di cinque e mezza - Memoriale


Ho amato quel tuo sguardo
Che si posa su di me

Fagotto freddo
Nel portabagagli

A dodici anni
Attonita e stranita

Ho amato te
Con le tue dita sul megafono

Troppo gracile per reggere
La tenda ed il bastone

Ho amato te
Gomitolo in poltrona

Persa nel vizio del mio amore
Dichiarato per sempre sotto pelle

I gatti lo sapranno
E tu lo sai

Ma tu lo sai
Che siamo? E siamo

Sono. Ti ho amata dal mio gineceo
Dallo sdegno delle mie troppe ragazze

Dalla nausea che grigia si dipinge
E che tu compri con la tua paghetta

Vorace districata immersa
Amore è stato per le tue carezze

Quelle che non hai dato al mio ginocchio
Nel palco di un teatro

Ma hai tremato
Sotto un vestito di lanetta

Primo rossetto mora che mi alletta
La tua angoscia svetta

Ti ho vista bermi bianco e dolce
Nei bicchieri bassi bassi e tondi

Vicino ai vecchi giocatori di tressette
Irati per le tue arrendevolezze

Ti ho tormentato la notte dopo le visioni
Querelle di porto e la scoperta

Di questo corpo stretto dentro ai pantaloni
Ho morso i tuoi capelli ti ho divorato con la pancia

Balena adulta senza forma di riscatto
Ho preso al laccio quel tuo essere gettata

Ho visto spaginarsi il libro che ti ama
Senza nessuna questio ti ho narrata

Sono la tua memoria adulta incappucciata.
postato da dirtyinbirdland alle ore 30/12/2007 07:20 | link | commenti (1)
categorie: cinque di cinque e mezza
sabato, 29 dicembre 2007

IL MANUALE DI DON PEPPINO (da "Cronache di Scàlvari")


23

“Ho sempre pensato che fossero l'asino e il bue, dopo il Bambin Gesù, l' Angelo, San Giuseppe e la Madonna i personaggi più importanti del presepe. Perchè nella loro innocenza hanno riconosciuto, a naso, il Bene e vi si sono posti accanto. L' ho sempre creduto e l' ho detto l'anno scorso alla Convention di LiberinCristo. Ma lo dico sempre anche a Scàlvari, da decenni, in occasione del Natale.
Penso che le creature tutte riflettano un poco di gloria e bellezza, da quando Nostro Signore è nato, morto e risorto. Ogni creatura ha già un poco di gloria, da allora, e molta ne avrà dopo la fine del mondo.
Sono accusato da più parti di tradizionalismo ma tradizionalista non sono. Credo di essere un semplice prete che appartiene alla bella e grande tradizione cattolica. Tutto qui.
Credo nell'infallibilità del Santo Pontefice, nella Trinità, nei Sacramenti, nella Resurrezione di Gesù, Nostro Signore e Dio.
Credo che l'adulterio sia un grave peccato ma il Vangelo mi insegna che non vi è peccato che non possa essere perdonato.
Mi si accusa di essere reazionario in politica ed oscurantista in generale ma nella vita mia ho sempre cercato di appoggiare - quando le circostanze me lo hanno permesso- partiti, iniziative, movimenti, uomini che ho ritenuto essere portatori di pace e sostenitori di programmi moderatamente riformatori. Non nutro simpatia per nazismo, fascismo e neppure per certo liberalismo conservatore.
Vedo di buon occhio l'iniziativa imprenditoriale privata quando si pone con la comunità e non contro di essa. Allo stesso modo apprezzo soluzioni cooperativistiche che, insieme al bene comune, abbiano il fine di promuovere l'individuo senza soffocarlo nella morsa di un solidarismo soffocante. In conformità con la dottrina sociale della Chiesa penso che la proprietà privata sia cifra costitutiva della libertà e dignità individuale.
Rifiuto la nomea di oscurantista: il mio Signore è venuto a portare la Luce.
Penso che Cristo sia la vera Verità e la più libera delle Libertà, rispetto sinceramente ogni confessione religiosa come tentativo di andare verso il "divino" ma ho la certezza che Gesù è Dio e che solo la Chiesa Cattolica testimonia la piena Divinità di Gesù e la Gloria del Vangelo. Il Signore si è rivelato Padre, Figlio e Spirito Santo. In questa rivelazione pongo la mia fiducia di uomo.
Credo che il demonio si manifesti mediante corpi, piante, cose e idee. Considero demonio tutto ciò che chiede all' uomo di bastare a se stesso.
Ritengo che i tre diavoli della filosofia siano Voltaire, Kant e Marx e che Satana si sia celato e mostrato sotto le spoglie di Robespierre, Napoleone e Lenin. Non ho orrore dello sconcio e del blasfemo ma della fredda indifferenza a Dio.
Mi ripugna la corruzione, nella polis, ma so che essa è strumento e assai più della corruzione il mio cuore consacrato a Cristo teme la politica quando, perduto il sentimento doloroso del limite, tenta la perfezione entro orizzonti vietati al Divino.  Dunque, seppure con fatica e disgusto, mi sono talvolta servito dell’ opera di individui poco raccomandabili ma dandogli, alla fine, molto meno di quanto gli abbia estorto in termini di  forza e concime per Nostra Madre la Chiesa.
Lascio l’etica delle mani pulite ai laicisti luciferini. E’, la loro, un’etica che si spegne nell’ umano. Per amore dell’ Altissimo ed a maggiore gloria Sua penso che le mani di noi poveri mortali peccatori si possano sporcare perché nessun valore etico di questo mondo durerà in eterno. Solo Dio è eterno. Se mi sono infangato la punta delle dita, le pieghe della bocca, i palmi delle mani è stato per preservare dal fango l’ Ostia benedetta e l’ Immacolata Vergine Maria.

Non ho molto d’ altro da dire, fratelli carcerieri.
Vi chiamo fratelli. Non vi chiamo amici. Io odio in voi la presunzione ignorante o diabolica (non so, infatti, se in voi prevalgano le tenebre della conoscenza o quelle della malvagità, che è tenebra ma anche dispiegamento di luce cattiva). Non so cosa di voi sarà salvato dal Celeste Padre mio .
Sarete fino all’ultimo mio respiro i miei nemici ma ora e sempre i miei amati fratelli. Ciò che di voi odio lo odio, appunto, in voi. Ma non odio voi.
Vi chiederei pietà se servisse a salvarmi la vita.
Se potessi salvare questa vita per porla domani nuovamente al servizio della Chiesa mi metterei in ginocchio, vi supplicherei senza pudore, vi offrirei denaro. Ma vi so risoluti, legati alla corda d’acciaio della vostra disumana e umanissima etica adamantina.
Siete incorruttibili, purtroppo per me e per voi. La vostra incorruttibilità è disprezzo del denaro, forse, ma sicuramente è disprezzo per tutto ciò che esce fuori dai limiti della vostra nobile ragione stracciona.
Con il bue, con l’asino, con i furbi pastori e con i potenti Magi voi non sapete stare. Con Giuseppe che fa tutto senza chiedersi niente, neppure. Con Maria - o certo!- avete in comune la verginità ma senza santità.
Siete vergini, duri, sterili.
Siete cattivi, agri, celibi nel cuore di norme ferree, norme terrene che voi venerate.

Ho udito i vostri passi davanti alla mia cella. So che tra pochi minuti mi prenderete, mi benderete, mi metterete a morte.
Avete detto che mia Madre la Chiesa veste con troppo oro. E’ vero. E’ molto l’oro di cui si carica. L’oro pesa sulle sue vecchie spalle come pesano le lacrime, il sangue, la stoltezza dei fratelli, come pesano le mancanze profonde dei credenti.
E’ nel mondo, Madre Chiesa. Ma non è del mondo. Essa è Pellegrina sui sentieri della vita ma Santa per l’eternità. L’oro di Madre Chiesa è nulla, una pietruzza, davanti all’ Eterno.
Voi valutate quell’oro più di quanto lo valuti io, lo soppesate con acume di usurai. Ma per me quell’oro è poco. Io lo valuto con distrazione e lo valuto poco. La Gloria si mostra anche con l’oro. E mia Madre la Chiesa anche con l’oro l’ha saputa mostrare. Ma al di là dell’ oro (e voi vedete sotto o sopra l’oro ma non mai al di là) c’è la Verità di Cristo, la Compiutezza.
Il vostro inferno, già qui, consiste nel non cogliere niente di ciò.
Voi che avete scelto di uccidermi (e/o siete stati scelti per uccidermi: è un mistero anche questo) nella notte di questo Santo Natale di Gloria, voi forse brucerete nell’ inferno, di là.
Già state bruciando nell’inferno di qua.
Il mio povero cuore prega in questo momento per la salvezza dell’ anima vostra. Solo in Cristo si è liberi. Pentitevi. Amen “.

                                                              II

Scrisse queste parole su un foglio protocollo che i suoi carcerieri gli misero a disposizione. Don Peppino era stato rapito la sera del 20 dicembre da quattro uomini dell’ Organizzazione e portato, bendato e imbavagliato, nella grotta detta “delle terrerosse”.  Questo nascondiglio frutto un po’ della  natura, un po’ del lavoro di pala e picco degli uomini era servito nella notte dei tempi ai partigiani. Ci mettevano armi e munizioni.
Uno dei rapitori era il secondogenito, ancora minorenne, di Montevideo, l’impiegato del CentroConsulenze. Il prete era accusato di essere “capo e anima nera della setta di provocatori reazionari –clericali- borghesi detta dei LiberinCristo” e condannato a morte “in nome di tutti gli sfruttati della Terra”.
Insieme al giovane Montevideo c’erano Gerolamo Bianchi, operaio, l’ingegner Lo Brozzo, mediocre tecnico ma studioso puntiglioso della storia partigiana di Scàlvari e dintorni, Vincenzo Vincenzi , già orfano di padre, già figlio di madre tossicodipendente, già ospite bambino del Collegio dei Padri devoti al Sangue di Gesù, già rapinatore, già carcerato, già Bambino di Satana e –al momento del rapimento- disoccupato ed esperto in fabbricazione ed uso di armi da taglio.
Il prigioniero ebbe, durante i giorni del processo, acqua a volontà, caffè e biscotti al mattino, pasta in bianco o al pesto a mezzogiorno, latte e pandolce genovese la sera. Per il pandolce gli fu domandato se aveva preferenze tra quello “basso” o quello “alto”.
La temperatura fu mantenuta, grazie ad una ventola, costantemente a 22 gradi. All’interno della grotta, era stata costruita con legno compensato la cella del prete: un metro e ottanta in altezza e dieci metri quadri di superficie. Luce al neon. Sacco a pelo estivo per riposare e tavolino da campeggio con sedia per scrivere. Sul tavolino una copia della Sacra Bibbia.
Per i bisogni un secchio in plastica.
A sua disposizione dentifricio, spazzolino e salviette umide.
Visitava il prigioniero sempre e solo Lo Brozzo, con il volto coperto da un passamontagna nero. Fu l’ingegnere a leggergli la condanna, alle dieci mattutine del 24 dicembre.
Le modalità dell’esecuzione che, ufficialmente, sarebbe dovuta avvenire attraverso un’overdose di eroina cambiarono all’ultimo momento per l’insistenza di Gerolamo Bianchi e per le perplessità dello stesso Lo Brozzo. Così fu proprio Lo Brozzo a sparare (“ sono della vecchia guardia ma questa dell’overdose è un’esecuzione postmoderna che non capisco a fondo nonostante vi riconosca un interessante significato simbolico” disse l’ingegnere. E Bianchi ripeteva “abbiamo fatto tutto bene e ora con sta overdose ci mettiamo a fare gli stronzi, cazzarola”).
Don Peppino aveva chiesto di potersi confessare. A questo non avevano pensato. Si era aperta una  discussione. Bianchi proponeva un sacerdote di sua conoscenza, “un compagno”. Lo Brozzo era incerto. Ma qui prevalse l’ impazienza di Montevideo e la fretta di Vincenzo Vincenzi. E Don Peppino dovette chiedere direttamente a Dio perdono per “le manchevolezze anche gravi dovute alla fragilità della condizione umana” (disse così , a mezza voce. Lo Brozzo lo sentì e abbassò gli occhi per rispetto).

Cinque minuti dopo l’atto di dolore, recitato, sempre a mezza voce, dal sacerdote,Lo Brozzo gli puntò l’arma contro il petto. Don Peppino aveva le mani giunte, dagli occhi chiusi uscivano lacrime.
“Lo faccio ora” sussurrò Lo Brozzo.
“Lo faccia bene” bisbigliò Peppino.

Gianni Priano
postato da dirtyinbirdland alle ore 29/12/2007 22:18 | link | commenti (2)
categorie: gianni priano, cronache di scĂ lvari
sabato, 29 dicembre 2007

Mia madre

Mia madre non aveva quaderni
Ma teneva diari dei sogni

Ogni sogno un mattino riempito
Di parole sul vassoio del latte

Stanotte ho sognato
Ed era un'attesa spaurita

Sarà stata vestita di rosso
Quale orrore l'avrà attraversata

Ci saranno assassini e la quiete dei sassi
A vestire di brividi i due corpicini

Le due bocche protese
Di noi due signorine uccelino

Con i corpi svestiti del primo risveglio
Le mani posate sul margine a stringere forte

In mia madre si fondono sogno e ricordo
Il suo mare nativo divora le strade

La sua voce mi ha portato l'inconscio
Come chiave segreta che non gira mai invano

Il racconto la sua inquieta bellezza
La mescita delle parole

Questa scuola di cose impensabili
Che precede la lezione dei savi

Luminosa nel buio e nascosta di giorno
Di stupore chiarissimo vestita al ritorno

Come un'oasi di nulla
Nel furore dei gesti

I concetti di miracolo e mago
Come insetti molesti

Sulla mia testolina e su quella posata
Della mia sorellina travestita da fata

Il diario dei sogni in oral tessitura
Mi vien fuori come sguardo che ruota

Se tradisco la voce in scrittura

postato da dirtyinbirdland alle ore 29/12/2007 06:53 | link | commenti (4)
categorie: social dreaming
giovedì, 27 dicembre 2007

Quattro di cinque e mezza

A nessuno devi sorridere così
Mio padre che citava Mann
Questa sì che era un'occasione
Che non andava persa

Questo tu mi narravi
Distesa come neve che arde bianca
Sulla luminescenza della pelle
Che solo io potevo tormentare

Sei stata luccicanza di bambino
Lo stretto mio contegno sul divano
Cuscini sopra al petto
Sconcerto d'oro in fronte cuore retto

L'amore per le forme tutte
Impresse spennellate scritte udite
Il pozzo in cui ho messo e con nessuna esitazione
Ogni mio imperscrutabile segreto e il mio contegno da ragazzo

Di me hai narrato detto fatto accarezzato
Hai mescolato la conserva di lacrime e di fiotti
Rassettato la casa dei rimorsi
Decostruito la saudade ridisegnando ogni mio porto

Sei stata la mia musa mentre alzavo sottogonne
Slacciavo reggiseni di ragazze magre e informi
Hai fumato le mille sigarette
Rubandole alle labbra che non osavo chiedere di notte

Sei stata il maschio che mi guarda entrare in una donna
Arrossire titubare confondere piegare
Sei stata la ragazza dai capelli rossi
Che si fa prendere impudica al laccio del tramonto

La cavallina che gioca nuda nel recinto
Schiena inarcata gomito per terra
La donna che abbandona il suo abbandono
Il cormorano che hai lasciato beccare sul tuo seno

Le notti consumate come sigari smezzati
Osare l'indicibile per poi riporlo casto nel riparo
Lo spazzolino sui miei sogni più confusi
Lievito madre che moltiplica gli abusi

Sei stata sposa bianca e cagnolino
Mimosa dentro al libro scivolato senza avviso
La lettera rubata dal rimosso
La consapevolezza del bisogno

Il menestrello instancabile svegliato
Dal suono incontentabile di un tango a piedi nudi sul selciato
La sconvolgente vertigine portata sulla schiena
Sui cui si piove e cui si chiede venia

Sei stata la bellezza dell'inginocchiatoio
Foderato di seta e ricoperto dal cerchio tuo mancino
L'imprecisione di tutte le scadenze
L'illusione benedetta di certezza del persempre

La cantatrice ebbra di ogni norma
Della mia anima sedotta innamorata della forma
La gracile nereide fatta d'acqua
Che solo io contengo quando la notte agli occhi impazza

 



 

 

 

 

postato da dirtyinbirdland alle ore 27/12/2007 20:19 | link | commenti (6)
categorie: cinque di cinque e mezza
martedì, 25 dicembre 2007

Edie Sedgwick

Bob Dylan was a visitor to Warhol's factory - and quick to spot Edie's talents he soon became very interested in her. Two of his songs have been rumored to be written about Edie. Both songs are included on his 'Blonde on Blonde' LP which has continued to sell to this date.

edie[1]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

JUST LIKE A WOMAN (Words and Music by Bob Dylan) 1966, 1976 Dwarf Music

Nobody feels any pain Tonight as I stand inside the rain Ev'rybody knows That Baby's got new clothes But lately I see her ribbons and her bows Have fallen from her curls.

She takes just like a woman, yes, she does She makes love just like a woman, yes, she does And she aches just like a woman But she breaks just like a little girl.

Queen Mary, she's my friend Yes, I believe I'll go see her again Nobody has to guess That Baby can't be blessed Till she sees finally that she's like all the rest With her fog, her amphetamine and her pearls.

She takes just like a woman, yes, she does She makes love just like a woman, yes, she does And she aches just like a woman But she breaks just like a little girl.

It was raining from the first And I was dying there of thirst So I came in here And your long-time curse hurts But what's worse Is this pain in here I can't stay in here Ain't it clear that

I just can't fit Yes, I believe it's time for us to quit When we meet again Introduced as friends Please don't let on that you knew me when I was hungry and it was your world.

Ah, you fake just like a woman, yes, you do You make love just like a woman, yes, you do Then you ache just like a woman But you break just like a little girl.

 

 

postato da dirtyinbirdland alle ore 25/12/2007 09:57 | link | commenti (2)
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domenica, 23 dicembre 2007

Tre di 5 e mezza


Tu la mia sconosciuta
Avrai di certo una gonna ed un mantello

Avrai dita che sanno cos'è un morso
Un pancia che racconta le ore d'ozio

Avrei le gambe di una tontolina
Sei contadina alle cose in tribunale

Non porti dote che non sia
Di desiderio

L'inesperienza di te
Mi porgi come un velo

La culla in cui mi metti ha la misura
Di me che ho età d'indefinibile paura

Mi sogni e sono giorni e anni
Che ti prepari a osare nella mia cucina

La lingua madre ti continua a dire
La tua abitudine a un paese sconosciuto

Mi porti un padre che porta in grembo te una madre
Avete mani vuote e corpo tondo

Sono lo spazio della conca d'acqua
Che in sogno disegnate con la bocca intorno

Son l'unico ad avere un padre incinto
La madre con i seni vuoti che goccia tutti i mesi

Vi vedo te e mio padre ricavare
Lo spazio che mi faccia respirare

Amo di te e di voi il sapermi trattenuto
In cui possa sentirmi abbracciato e sostenuto

Son uno e trino maschio femmina ed ho un cuore
Su cui col puntaspilli hanno lasciato

La cicatrice che voi portate come un fiore
Spogliandovi a priori del dolore

Vi preoccupate di trovare le parole
Per me disoccupate le vie del vostro amore

Amo di entrambi la certezza di mancanza
Che ha costruito dentro di voi solo per me

La grande bianca aperta salda stanza
postato da dirtyinbirdland alle ore 23/12/2007 07:28 | link | commenti (7)
categorie: cinque di cinque e mezza
sabato, 22 dicembre 2007



Auguri!
postato da dirtyinbirdland alle ore 22/12/2007 22:18 | link | commenti
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venerdì, 21 dicembre 2007

Due di cinque e mezza


Hai mosso i sentimenti
Come le mani l'acqua
Dentro al secchio

Per anni lunghi
Ophelia nella stoffa
Appena a fiore

E lo vedevo io che i piedi
Volevan dondolare
Giù dal lettino
E correre la corsa
Sottovuoto

Ti sei addentrata al mio teatro
Coperta del tuo nudo
Di tutti i tuoi costumi osando scempio

Nervosa irriverente ed aggressiva
Ti ho vista infine ogni tua volta
Depositare timorosa fragilità di sogno

Hai fatto il tuo quarto potere
Col copyright sul palinsesto della notte
Rendendo i giorni messa in scena
Di tutti i tentativi zoppi
Irrisolta panoramica sui corpi

Ti ho vista far la rana
Gorgogliare per un bacio
Proserpina gridare un'eco sconsacrata

Non lasciare mai niente nella stanza
Se non la solitudine dei due
Poeti malviventi in contumacia

Imbruttita scurita gonfia tonda
Col reggicalze seducente nella gonna
Passare le tue dita nella stoffa
Muovere il tacco come spillo dentro al cuore
Affilare il coltello alle parole

Ho protetto la tua nuca con il palmo
Tenuto la mia mano sulla pancia
Baciato gli occhi del risentimento

Ti ho dato il seno maschio che non basta
Capezzolo senz'acqua a bocca arsa
Cullata sulle gambe in cilicio di ginocchia

Nutrita la tua sete di sapere
Della materia che si smuove nelle vene
Intirizzita ti ho vista meditare
Fuori dal mio portone barcollare
Ho bussato con le tue mani alla mia porta
postato da dirtyinbirdland alle ore 21/12/2007 06:34 | link | commenti (1)
categorie: cinque di cinque e mezza
giovedì, 20 dicembre 2007

Cronache di Scàlvari

loreto-pistola1(Photo - Luger, particolare)


















I

Bovone camminava per le strade di Scàlvari che è una città immaginaria e immaginarie sono le partenze da lì. Immaginaria la stazione, immaginario il capolinea delle corriere.
Reale a Scàlvari è passeggiare rimirando le vetrine delle macellerie e i vicini di casa seduti al Gran Bar Caffè.
Io di Scàlvari sono esule onorario.
Bovone non mi guarda quando passeggiando ci incontriamo. Io ho per lui la speciale deferenza che provo ogni volta verso qualunque corpo padrone coperto di sangue e credo che lui sappia di me e di cosa ho in testa.
Lui dirige da quindici anni il CentroConsulenze, io ci lavoro da ventuno in quel Centro.
Il direttore di prima era un notaio sporcaccione, uno che puzzava di capra e codici e muffa e Democrazia Cristiana. Di puttane e di fritto.
Bovone, all'invece, colora di sangue e non ha parte o partiti. Ci tratta da scemi e ignoranti. Riga dritto perfino il commesso, una spia della Curia.
Se a Scàlvari scrivi su un muro è la galera e a Bovone non capisci se piace tutto quest'ordine. Non sai cosa gli piace.
Ci sono sere, finito il lavoro, che vorrei morire. Che non sento niente fatto salvo il buio e appena un po' di freddo.
Allora prendo il viale dei melangoli e vado sul mare a guardare il frangionde.
L'altra sera c'era anche Bovone sulla spiaggia, in camicia. L'ho salutato con un cenno e un sorriso ma lui ha fatto finta di niente.


II

A Scàlvari c'è un prete, don Peppino, capo di LiberinCristo. Don Peppino ha le ciabatte in tante scarpiere, idealmente allineate. Sono le scarpiere situate nei ripostigli delle migliori famiglie scalvaresi.
LiberinCristo nacque per reazione all'ondata di pauperismo evangelico emerso nel 1968 e negli anni successivi. Nacque a Milano e don Peppino portò, dal capoluogo dei risotti, il Verbo liberincristesco fino a Càlvari dove questo Verbo attecchì perchè trovò grassa terra commerciante fertile e odorosa di investimenti. Non c'è luogo calvariano in cui il risottaro don Peppino non abbia messo naso, mano, becco o buttato occhio.
L'idea base di don Peppino è che siccome capita che il Figlio dell' Uomo sovente non sappia dove posare il capo è bene preparargli giacigli comodi in belle case, bene arredate e prudentemente frequentate: da qui il proposito di convertire e riconvertire ricchi e potenti chiedendo loro non di rinunciare agli agi ma di porre ogni agio a disposizione di quel Figlio  dell' Uomo che don Peppino tiene nel cuore.
Chi mette le ciabatte a don Peppino le mette al Figlio dell'Uomo.


III

Quando arrivai a Scàlvari presi casa dalla signora Bancalari, camera e cucina ricavate nei fondi di Villa Boca, nella strada degli Americani. Pago un affitto saporito per trentasei metri quadri di linoleum. Dall' unica timida finestrina vedo le ruote delle auto e gli sbuffi dei tubi di scappamento. Per leggere,fosse anche un mezzogiorno di luglio, devo accendere la luce al neon. Ma uno ci fa l'abitudine. Da ventunanni abito qui. Ventuno inverni di stufetta elettrica e calzettoni indossati a tre paia per volta.
La signora, quasi centenaria,  occupa le altre sedici stanze della Villa. Il martedì pomeriggio don Peppino si intrattiene con lei una mezz'ora, giusto il tempo per una tazza di mate nel salotto delle monete antiche o per un tamarindo sotto la magnolia.
Ogni volta don Peppino esalta con le sue fervide parole la bellezza di Villa Boca, la vetustità dei marmi, l'ampiezza dei due saloni, la fantasia degli arazzi, la levità degli stucchi.
"Qui il Figlio dell' Uomo entra sempre volentieri" sembra dire -o dice- con voce ferma.


IV

Il primo posto in cui mi sono scaldato, ho mangiato e letto un giornale appena sceso dal treno a Scàlvari è stato il bar dell' Hotel Sambuceti. Ma è nel secondo bar conosciuto, dopo i negozi e le luci, dove Scààlvari si improvvisa periferia, che pranzo da più di due decenni con i caffè e le brioches, i toast e le pizzette e i latti macchiati. Ben distante dalla stazione, dalla Curia, da don Peppino e da Villa Boca il baretto di Severina mi nutre cinque giorni su sette, quando evitati  i colleghi, imbuco Vico Vena.
Piedi grandi nelle ciabatte e sensuale sciatteria, rossi i calcagni e la sottoveste che spunta sotto il ginocchio, la bianca Severina ha tra i capelli il fumo delle sigarette e gli umori del caffè. Un'aria umida e uno spolvero di zucchero a velo. A volte ride e le balla la pancia. Mi viene su una rana, dall'osso sacro alla nuca, una lucertola o un asino quando lei ride così, facendo ballare la pancia. Allora la guardo e lei chiama la figlia a sostituirla dietro il banco, si toglie il grembiule e andiamo di sopra. La figlia ha i miei anni. L' ha avuta presto da uno che passava.


V

Qui a Scàlvari tutto è straniero, esilio. Ci sono volte in cui mi si chiude la gola. La domenica è una tortura, non esco mai. Dormo fino a tardi, fino a metà pomeriggio e poi faccio notte restando a letto. Mangio frutta, dolci e guardo la televisione. Film e aste. Film in bianco e nero, se ce ne sono, oppure quello che c'è. Aste di quadri, se possibile. Mi piacciono i venditori. Sono lottatori, come me.
Io sono un lottatore. Ridicolo come i venditori di quadri, tappeti e servizi d'argento. Tenace come loro. Lo so quanto vuote sono le domeniche dei venditori. Profonde e nere, quasi senz'aria. Non so dei loro sabati, invece. I miei sono notturni, di passi. Sulla riviera. I chioschi, le palme, i semafori. Ho tanta forza e voglia di andare il sabato notte. Nonostante le mie corte gambe e il mio corpo gracile. La mia magrezza che mi cola giù dalle ossa.
Ho, dei venditori, anche l'aspetto ripugnante, la barba nera che per quanto rasata lascia il segno, il fegato rotto, le occhiaie, il fiato pungente. Al CentroConsulenze mastico liquirizie tutto il giorno ma il sabato mi lascio stare, lascio che mi rinvenga  l'anima, dai budelli, finchè non ne ho piena  la bocca.
C'è una linea, nella vita, oltre la quale non si può andare. io ci striscio sopra.


VI

Se la mia storia fosse un giallo, e forse lo è, la questione centrale consisterebbe, credo, nel capire da dove arrivo e come (in treno, certo, ma perchè?) a Scàlvari ventunanni fa. E se ci arrivo per forza o per caso, mandato da qualcuno, magari, oppure no. E perchè per ventunanni ho continuato a viverci e se ho un altrove. Se la mia storia fosse un giallo un ispettore con l'impermeabile e l'andatura particolare mi chiederebbe quanti anni ho e dove sono nato e se ho parenti da qualche parte del mondo. Se fosse un giallo, questa storia, dovrei rendere conto del mio odio per don Peppino, dell'ambiguità emotiva verso Bovone, delle domeniche a letto, dei sabati notte a camminare, dei disturbi alimentari, del fegato crocifisso e dell'eccessiva magrezza. Dovrei raccontare di Severina e delle sue carni bianche, del suo odore di casa e folla. Di mia madre e mio padre, di anni lontani e natali e pasque e ferie d'agosto con loro, portato da loro (dove?). Della scuola dovrei parlare. L'ispettore chiederebbe di potere guardare le pagelle, le assenze sui registri, i ritardi.Proverebbe a rintracciare compagni e compagne di classe, a decodificare agende vecchie e calendari con i giorni segnati a penna.
Potrebbe essere un giallo , la mia storia. Ma  bisognerebbe capire perchè lavoro al CentroConsulenze.



VII

I colleghi del CentroConsulenze sono sette. Otto impiegati con me. Il nono è Bovone, il nostro capo. Il decimo è il commesso. Bovone sta nel suo ufficio, il commesso nello stanzino e noi otto nello stanzone. Otto consulenti per sette scrivanie. Ciuppini e Montevideo se la dividono. Proprio loro, che si guardano in cagnesco da sempre.
Per fortuna non c'è un bel clima in ufficio. Questo va a vantaggio della libertà di movimento e degli spazi ricreativi di ciascuno. All' ora di pranzo mi dileguo e in pochi minuti di passo frettoloso sono da Severina.
Garibaldi e Fiume mangiano in ufficio, Ciuppini va a casa e, qualche volta, da Sambuceti insieme a Bovone. Montevideo al bar della Croce Verde. Campodonico e Brignole in trattoria con i buoni pasto delle mogli impiegate comunali. Innovage salta e va in piscina a nuotare.
Innovage (è il suo vero cognome, Leo Innovage, nativo di Marsiglia)ha sostituito la religione dell'infanzia e della prima adolescenza, ossia il marxismo ortodosso, con il culto della forma fisica. Asciutto, nervoso e tagliente nei giudizi vive di rinunce e integratori salini. Lavora con noi da pochi anni, è l'ultimo arrivato ma di tutti, anagraficamente, il più anziano.
Odia Bovone e lo dice, con la sua vocetta di lamiera, lo odia sottilmente. Un odio fatto di spilli, amarezza, veleno.
Un amore di nostalgia e sogni annodati nel cuore notturno dello stomaco. Dove abita la mancanza.


VIII

Guardavo un piccione (una tortora?) beccare le briciole, ieri, ai giardini davanti alla stazione. Alzo gli occhi e vedo don Peppino, secco e nero, che immobile mi osserva. Non ci siamo mai parlati, se ci si incontra ci si saluta con un cenno. Ma ieri don Peppino non mi ha salutato: nessun cenno. Io sì, gli ho sorriso lievemente ma lui non ha risposto e, di scatto, ha voltato le spalle e si è incamminato verso il carrugio, la strada maestra dei negozi di abbigliamento e delle macellerie. Ad un certo punto da un portone è saltato fuori Ciuppini e si è messo a corrergli dietro sgangheratamente (ha il piede equino, Ciuppini). Lo ha raggiunto, lo ha preso sottobraccio. Non sapevo che si frequentassero. Don Peppino non è tipo da passeggiare a braccetto con lavoratori dipendenti a meno che non siano insegnanti o militari.
Quale debito, credito, obbligo o scommessa aveva spinto i due bracci ad ancorarsi? Li ho seguiti e lo stupore è aumentato, è diventato sussulto e meraviglia quando li ho visti entrare nella Caffetteria Canestri, la più cara e sfiziosa di Scàlvari (vera gloria della torta di rose e della cotognata, del cappuccino, del caffè al cioccolato). Don Peppino ha fatto segno a Ciuppini di passare per primo e, poi, dalla soglia ha girato lo sguardo piantandomi gli occhi negli occhi. Sono bestie quegli occhi, vivono per loro conto. Sono nudi cani da guardia umidi di bava. E bellissimi, azzurrissimi. Un mondo feroce e azzurro che secerne bava e ringhia, interroga, giudica, perdona, ammonisce, santifica. In pochi secondi quegli occhi mi hanno perso, trovato e perso ancora. Dall'altra parte della strada c'è Bovone (mi ha visto? ha visto Ciuppini? ha visto don Peppino?), seduto su una panchina di pietra. Proprio lui che seduto non sta mai, neppure in ufficio. Di sguincio ho notato sua moglie uscire dalla macelleria con borse della spesa colme. Lui le ha detto qualcosa, in un orecchio.


 IX

Io a Scàlvari sono venuto, ventunanni fa, ad uccidere. L' Assemblea mi ha dato un compito che era, intimamente, il mio compito. Ha tratto il mio compito da me e lo ha messo davanti alle mie emozioni, alla mia ragione e alle mie capacità di critica e calcolo. Ha voluto che lo facessi crescere, il mio compito. Come fosse un bambino piccolo da sorvegliare e nutrire.
L'azione è compartimentata. Solo l' Assemblea che l'ha pensata e che la dirige la conosce. Gli altri livelli dell'organizzazione, le Dodici Bande, gli Incursori, i Custodi del Programma, il Gruppo dei Cinque ne ignorano tempi, luoghi, modalità, obiettivi e contenuti .
E solo io so con quale arma la realizzerò. E dov'è l'arma, dove sono i proiettili.


X

La pistola, una Luger, l'ho comprata da Eraldo ventunanni fa, un mese prima di partire. Penso che lui l'avesse trovata in collina, dentro qualche bunker. Era appena uscito di galera quando andai ad incontrarlo, nel bar di sua madre. Lui faceva dentrofuori dalla prigione, sempre per rapina. A volte scappava dal carcere ed entrava in latitanza, protetto dalla leggera milanese ed alessandrina. Poi lo ripescavano.
Con l'organizzazione non aveva mai avuto contatti, credo ci disprezzasse per la vita anonima che la maggior parte di noi conduceva. Eravamo infatti operai, impiegati, ingegneri, insegnanti. Gente senza gloria. Quasi degli insospettabili. E lui, ghigno da delinquente, questo non lo tollerava.
Per Eraldo la vita era sfida individuale.
Mi infilai che pioveva in quel brutto bar e vidi la madre grassa e igrugnita sotto i capelli sporchi biondotinti. Lui stava giocando a flipper: "sono il nipote di Tugnina, mia bisnonna aiutava tua nonna fare gli aborti, là da Cassinelle. Cerco una pistola". "Te" balbettò (balbettava) "devi essere uno di quei rincoglioniti che so io. Cosa c'è, l'organizzazione non ce l'ha un ferro per te?" e aggiunse subito "io ci ho una Luger che è una magnificenza. Passa domani a quest'ora".
Intorno a noi, dietro, di lato c'erano solo anziani silenziosi e scombinati nei vestiti e nei denti, nelle guance malrasate e nel profuno troppo carico che mi rimase nel naso per un pezzo.


XI

La Luger l'ho nascosta nel materasso, l'ho messa dentro un sacchetto di plastica sigillato ed ho infilato tutto nella lana del materasso. Ci dormo sopra. I proiettili, avvolti nella stagnola e chiusi in una scatola di latta sono murati dietro una piastrella del bagno. Sento, sulla mia testa, i passi che la signora Bancalari strascina  dal disimpegno alla sala centrale. La sento quasi fosse una lumaca ruvida. E sento camminare don Peppino con le scarpe nere, la domestica Tommasa, il giovane medico Arturo Desio.


XII

Poi improvvisamente tutto cambia, di sopra. Si spostano mobili, si portano via lampadari. C'è una processione di gente, a Villa Boca. Il furgone Traslochi Lombardo è in piena attività. Don Peppino dirige le operazioni. Le Pompe funebri Vaccarezza & Figli svestono, rivestono, lucidano, incassano la vecchia.
Ne danno, su manifesto con bordatura viola e crociona dorata, l'annuncio gli amici a lei più prossimi, don Peppino e dottor Arturo Desio, le nipoti Geraldina ed Edda con i loro mariti, i pronipoti Benedetto, Tomaso, Maria Chiara, Paolo, Maria Paola insieme a quanti la apprezzarono in vita. Sotto la crociona don Peppino ha fatto scrivere: O Eterno Padre del Cielo e della Terra, mi inchino liberamente a Te che mi hai eletta manifestandoTi alla mia ragione così che ho potuto riconoscerTi come il misterioso destino a cui appartengo da sempre.
Anch'io vado a salutare la signora fermandomi dieci secondi davanti alla bara e segnandomi col segno di croce. Vorrei parlare a Geraldina e Carlotta dell'affitto, della mia particolare condizione di inquilino di una defunta ma mentre sto per avvicinarmi alle nipoti don Peppino mi anticipa, mi taglia la strada, prende sottobraccio le due donne e le porta in un'altra stanza.
Capisco che debbo muovermi, recuperare Luger e proiettili ed andarmene.


XIII

Gli sparo alla nuca, non ha tempo di muoversi, di accorgersi di me. La pallottola gli esce dalla bocca, si pianta nella parete di legno. Lui cade, ha un fremito, muore. Bevo un sorso d'acqua, cancello le improne dal'arma, che lascio sul tavolo della cucina.
Vado alla spiaggia, tiro una pietra in mare. Poi ne prendo una piatta e provo a farla saltare. Tre salti. Bovone è più in là, guarda per terra, forse la sabbia, forse la risacca o la punta delle proprie scarpe. Ha giacca e sciarpa.
Alla stazione Montevideo , Ciuppini e don Peppino stanno discorrendo, sullo stesso mio binario, accanto all'obliteratrice. Montevideo ride forte, sguaiato. Don Peppino gli fa segno di tacere e con un gesto degli occhi gli indica la mia presenza.


(Gianni Priano – Dicembre 2007)
postato da dirtyinbirdland alle ore 20/12/2007 09:32 | link | commenti (2)
categorie: gianni priano, cronache di scĂ lvari
giovedì, 20 dicembre 2007

Una di cinque e mezza

*

Sei venuta vieni ancora
Il passato è passato piano
Su di te e al tuo fianco
Lasciando la traccia umida
Di una lumaca epilettica
Su tutte le forme del tuo tatto

Ventre piatto
Di te sussurro ogni notte
La rotondità dei sensi
Mugolio gravido in assenza
Gradiva la signora un mazzolino di violette

I tuoi seni da ragazzina
Che romantico e melodico e barocco
Ho stretto al petto
Sono i miei fiori tondi
Legati alla gentilezza di una ruga
Il segno di un frustino
Che porti con la bocca alla mia mano
Affinché passi il segno come gesso
Per tutte le porte che si conoscono
Come una stella gialla
Sei notte di cristallo

Vergine alla placenta
Nata a settembre
Hai divorato i figli monchi
Facendo manifesto errato orrore
Dei tuoi versi

Sei allodola che strappa
La cerniera del mattino
In fretta

Prendi alle labbra la salvaguardia del mio sesso
Dicendo che sei goccia intermittente
Nel tormento del ruscello
postato da dirtyinbirdland alle ore 20/12/2007 07:30 | link | commenti (4)
categorie: cinque di cinque e mezza

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