-- Mi chiedo se Freud abbia amato i suoi pazienti come i suoi cani, e credo di sì, onestamente, anche se dubito che si sarebbe lasciato riprendere con uno di loro al guinzaglio, a Londra, in un mattino di sole, seduto al tavolino di un ristorante o in una festa di famiglia--
Ho sciolto l’inquietudine dell’orologio, come si fa col cinturino. Uno sganciare la linguetta dal suo foro, un far uscire. Non so, si sia trattato di atto di sconsiderata noncuranza, un liberarsi dal vincolo, una riappropriazione di senso.
Certo è che, quando iniziai l’analisi decisi per un turno interminabile all’Osteria dell’Ombra, in piazza Orfeo numero 9. L’atto di riflessione esplicita comincio lì. Con quel gesto piccolissimo di delega del tempo da cui inizia la pratica d’affido.
Decisi, sin da subito, che in quello spazio non ci sarebber stati gli orologi. Decisi, insomma, per la pratica desueta del diario, e mi depositai, come una foglia adusa al volo in terra, nel fitto flusso della narrazione. Della narrazione di me.
Cosa sia l’altro, in questo, non occorre definirlo. La conca cava che raccoglie le parole, e solo dopo un infinito tempo, le utilizza per una qualche forma di restituzione. Contaminata, come pioggia.
E tutto quanto si è giocato, in questi lunghi anni, in questa mia e sua consumazione del tempo contenuto dentro al tempo. Lo spazio di cinquanta interminabili minuti segnati solo dentro dalla lancetta usata come pungolo per scavo. Un orologio di Dalì che gocciola ogni volta alla parete come una stampa Rorschach, come un graffito in mano all’io silente. Così ho imparato che comincia, la narrazione del vissuto al proprio sguardo, quando si compie questa piccola rivoluzione che corrode il dì consueto. Una liberatoria dal trascorrere, una scalfittura nel modello. Si prende un tempo, come se fosse in una partitura, e dentro ci si posa smisurati, elastici, non consistenti, molli. Del tempo si utilizza soltanto quello che c’è dentro, la polpa interna al frutto. Si mastica, si morde, si utilizza, si scioglie come bolo alimentare, la materia di cui siam fatti dentro. Si sfugge insomma a quell’intorno che si sancisce con l’inizio e con la fine. Ecco, non conta quel minuto che si assegna, qui parte la storia, e neanche conta il minutino, l’attimo, il secondo del congedo, quando si passa avanti. C’è solo quello che noi siamo nell’intorno interno. Quello che conteniamo, quello che dà massa. Forse per questo ho dentro quest’immagine dei due amanti al limite del letto, tutti e due con le spalle al centro di quel letto, intenti a sciogliere dal polso l’orologio. Lei che lascia cadere la maglia morbida in metallo sul bordo del comodino accompagnata da due orecchini di corallo. Lui che sente appena sotto le dita la trasparenza plastica di un quadrante che protegge le lancette. Così comincia una narrazione, dal riprendersi quel tempo in mezzo.
Vive ancora, ancora gira Martelletto
ma a piedi, la bici l'ha lasciata
in qualche cantina sotterranea.
Non val la pena -e non c'è la salute-
di fingersi campioni, di riempire
la stanza con coppe tarroccate.
Non si può più far finta di sembrare
l'acerrimo ciclista che non sei
bisognerebbe prima reinventare
il freddo e la passione di aggredirlo.
Riprendersi nel cuore il grigio, il giallo
della Milano-Sanremo, la pensosa
asciuttezza di chi sa la salita.
Oggi a Roma migliaia di donne sfileranno per la città contro la violenza maschile che «parte in famiglia ed è senza confini». Una manifestazione autoconvocata da 400 associazioni femministe e lesbiche, e da tante donne di centri sociali, partiti, sindacati. Criticano il governo e dicono no all'adesione dei politici che hanno partecipato al Family Day.
Inviolabili
Dovrei trovare
Dentro di me e non fuori
Qualcosa che mi insegni
A non esser remissiva
L’orgoglio della differenza
Nessuna ipotesi di riabilitazione
Ho i seni piovo e mi moltiplico
Contengo e lascio entrare
Invento lo spavento
Scuoto il sogno
Come lenzuolo alla finestra
Tracciato di sgomento
Sono la storia delle rose
La trama del roseto
Il taglio al fiore in vaso
Il petalo caduto
Sono canuta umorale canterina
Veggente matta la pulizia della latrina
Son lo scompenso delle lune morte
La coperta bucata della notte
Sono mortifera se mi nutro dei miei feti
Una gatta dolente coricata sui detriti
Son quella che usa il cucchiaio per scavi insani
Perdo la testa quando abusi con le mani
Son quella che appassisce il verde
Quando sterile si porta al limite dei rami
Son quella che si lascia usare
Persino sotto occhi della madre
Indipendente cerco il riparo della lotta
Maschile mi trasformo in spada rotta
Mugolo lacrime se mi tieni ferma
E non lasci gioire la resistenza del mio ventre
Da me comincia ogni differenza
Nel mio essere inadatta alla pazienza
Operosa emisferica dotata
Divento arpia e mi si taglia un’ala
Di quello di Ceva mi dissero subito le colleghe: "è un tipo formale, ama la carta". Non ne ho trovato uno, dopo di lui, che non l'amasse. Uno diventa preside proprio per quello: perchè ama la carta. O perchè odia i pioppi. Dipende.
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A Carcare un gruppetto di professorini marxisti e affiliati al marxismo che l'aria fredda dell'entroterra conservava (era un marxismo ben conservato, sì, ma nello stesso tempo guasto, bacato) dileggiavano un vecchio insegnante, gonfio e trasandato, che ogni mattina entrava nella chiesa attigua al liceo per inginocchiarsi e ringraziare Dio. Era stato operato di cancro ed era ancora vivo. Ne attribuiva il merito più al Padreterno che non alla dottrina del materialismo storico. E questo, loro, non glielo perdonavano.
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Al tetto delle scuole, dei posti di lavoro, ho sempre preferito le volte dei portici, o la pioggia. Uscire da scuola, avere davanti la strada, qualunque strada: ecco qualcosa di simile alla felicità.
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Agli inizi, e per molti anni, farmi amare e benvolere dagli alunni era tutto. Ora non me ne importa più un fico.
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A Mondovì un preside disse: "facciamo presto che devo andare a vendemmiare". A volte la vita irrompe, come un bacio.
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Sono belle, viste da fuori, le finestre delle scuole.
Vedi, qui c' era -dietro a questa porta-
muta e ghiacciata, Berto che ha tagliato
i capelli a me, a mio padre ed a mio nonno
e a mio figlio, fino a sette anni.
E là c'è il bar dove mio padre
entrò sudato e quasi di corsa
chiedendo trafelato un'aranciata
e dietro il banco c'era la mia mamma
Lisetta che lo vide e si tremò.
E là c'erano gli orti e lì i Camilli
e qua il forno aperto dal bisnonno
e al primo piano di quel condominio
ci stava Alberto, il mio primo amico.
Voltri che hai il nome degli uccelli
neri ed oscuri, che assalgono chi muore
mi tieni vivo ma credo solamente
per mangiarmi ogni mattina il cuore.