Maiko - Dirty in birdland - KnowArt

-- Mi chiedo se Freud abbia amato i suoi pazienti come i suoi cani, e credo di sì, onestamente, anche se dubito che si sarebbe lasciato riprendere con uno di loro al guinzaglio, a Londra, in un mattino di sole, seduto al tavolino di un ristorante o in una festa di famiglia--
mercoledì, 31 ottobre 2007

MARINA A VARESE LIGURE

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Questa mattina i boschi di Varese
li benedice l'acqua pre-invernale
di un autunno estivo, sbrigativo.

Come una mosca pittorica si sfa
sbattendo sul tuo vetro, sui tuoi occhi
la giostra dei gialli e dei bluastri
le fantasie del rosso mentre schiudi
le porte della bocca, delle ciglia
della pancia i cancelli

si tolgono briciole dal becco
per te, stormi di passeri e fringuelli.


(Gianni Priano)
postato da dirtyinbirdland alle ore 31/10/2007 06:51 | link | commenti (4)
categorie: gianni priano
martedì, 30 ottobre 2007

E sia

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Le calze con la riga. Strepitose. 
Oggi ho volgia di mettere le autoreggenti
E scarpe con il tacco.

ma niente di più bello delle calze senza scarpe
dei piedi in terra protetti da quel velo
mostrati e offerti

Le calze con il velo sono edipiche, così profondamente anni '50.
Le uniche a star male con gli anfibi.

Di una eleganza insidiosa e profumata
Le calze con la riga hanno la cipria.
E il rosso sulle guance
postato da dirtyinbirdland alle ore 30/10/2007 19:34 | link | commenti (5)
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martedì, 30 ottobre 2007

Diario dei tratti

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Francesco Di Giovanni insegnava Storia dell’Arte nel benemerito Liceo Ginnasio GB. Vico di Potenza. Aveva cinquant’anni all’epoca dei fatti, quando Eloisa Di Rimberto, compiuti appena 16 anni, frequentava la prima B dell’istituto. Si andava per gli ’80.

Francesco Di Giovanni era smilzo, minutino, con i capelli neri con la scriminatura al lato, la ciocca lunga sulla fronte appiccicata a quella ruga d’espressione che da sola rivelava i suoi rovelli mentre il resto del suo viso sorrideva. Ma era un sorriso nevrotico, il suo, accompagnato da una piccola increspatura involontaria che ogni tanto gli segnava il lato destro della bocca. Portava  a spasso l’ombrello come un cagnolino affinché tenesse il passo con quella paura sottile che provava al contatto con il mondo.

Sua madre Rosalinda, una distinta signora sui settantacinque, lo accompagnava la mattina alla fermata, dopo aver fatto scempio sulla formica verdastra lì in cucina di una sparuta colazione, che il nostro Di Giovanni divorava sminuzzando persino le molliche sotto gli occhi complici e severi della donna.

Sceso dall’autobus il nostro eroe senza paura dichiarata ma roso di tormento si addentrava per i corridoi e varcava l’aula pieno di spavento. Qui, dopo un attimo di titubanza stralunata, posava sulla cattedra l’ombrello e interrogava.

Registro aperto, lettere dell’alfabeto, uno scatto: Di Rimberto, venga lei. E mi ripeta, la prego senza errore, quello che recitano gli appunti sui capitelli e sullo stile. Non inventi, non interpreti, la prego. Sia fedele. Ho detto tutto quello che necessita sapere. Per ogni rigo che lei salta cade un punto, per ogni iniziativa un meno in rosso.

Ed Eloisa Di Rimberto recitava, fedele alla memoria di Francesco, senza fiatare più del necessario, guardando il suo rossetto muovere le labbra nella traccia di lei segnata dallo specchio del vetro alla finestra.

Poi Di Giovanni, il professore, finita la lezione, sgaiattolava silenzioso incurante del carteggio che andava e ritornava fra prima e terza fila, intriso di ironie feroci e di saliva.

Alla fermata ancora la signora Rosalinda, questa volta solidale con l’ombrello, dall’altra parte all’altra mano per non mancare di rispetto al suo sostegno.

E’sera quella che vediamo, a distanza di trent’anni, posarsi sul salotto senza odore, lenzuola bianche sui divani, due sedie e un mattone. Lì Di Giovanni, Francesco solo per la madre, ogni sera posava i suoi appunti, i soldi del mensile e le molliche scampate alle sue brame.

Era qualcosa come un corpo blatta, meravigliosamente smemorato dell’andar del mondo, avvinto al suo taccuino, immemore del giorno.

E lì che succedeva, sera dopo sera, che Rosalinda accarezzasse il figlio, il quieto andar nel sonno, predisponendo la sua veglia a preparare la colazione per il giorno.

E’ lì che succedeva che Francesco aprisse gli occhi, nel buio della notte, sotto le sue palpebre protette dalla madre, sognando di Eloisa e del suo andare.

Una Eloisa seducente e acerba, sfuggente al rigore degli appunti, capace di far vivere quei gessi e far del sesso di Francesco una colonna. Una colonna nascosta dalla stoffa, negata al chiaro della consapevole esperienza. Un tocco di fanciulla sulla necessità di una cautela sveglia.

Una Eloisa in tunica romana, coi seni che sorridono dal velo della garza, un fiato d’esistenza vera e senza freni, una ragazza scalza.

Intanto all’altro capo di Potenza, nella stanza di Eloisa succedeva che una ragazza appena donna si chiedesse come poteva essere che tutti volesser fantasia, spregiudicata violazione dei confini, la consistenza della scelta.

Adulta per la prima volta, chiamata a dire sempre un’opinione, la piccola Eloisa sentiva la sua mente anelare un po’ di ovvio. Un solco d’abitudine e di noia, il tocco dell’obbligo sul collo.

Così si addormentava, la ragazza, nella sua tunica di garza, con una gamba tirata verso il mento, sognando di tornare indietro al tempo in cui non fosse necessario divagare.

E addormentata Eloisa ritrovava nel sogno quel maldestro di Francesco, coi suoi confini intoccabili disegnati sul registro. Sognava di esser come lui protetta da quel nulla che costruiva una città che del bisogno di rigore aveva la misura.

Francesco Di Giovanni, tempo dopo, lo ritrovarono in corsia nell’ospedale di Potenza, accompagnato dalla madre. E lei, povera donna, dovette sottomettersi alla cura che svelò denari e pane nelle tasche cucite con amore alle sottane. Francesco restò solo in corridoio, e lì si addormento in un ultimo ritrovo. Ancora rivedendo di Eloisa la garza bianca e la figura dall’uso di ogni notte lisa.

Ed Eloisa invece abita da sola la stanza cinquecento in edificio nove, dove consunta dal rigore che ha scovato dopo un lungo andare, non avendo una regola che protegga la bellezza del suo sguardo, ha smesso di mangiare.

postato da dirtyinbirdland alle ore 30/10/2007 19:07 | link | commenti (3)
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lunedì, 29 ottobre 2007

97_mare























Ma quanti litri di Dolcetto, quante
brente e cantabrune di Barbera
dovrò calarmi dentro fino al buco
dell'anima per disinfettarmi
e farmi vela bianca e cielo azzurro
odore di bagnato la mattina
di neve e brina, trifoglio e lontananza
quanto dovrò bruciare, ancora
per togliermi dagli occhi il fascismo
delle villette sull'attenti, a schiera
dei parchi giapponesi dietro i muri
dei cristi ossobuchiferi in crociera
delle madonne mercantesse in fiera.

Ma quanto ancora bisognerà, Alex Langer
decantare...

(Gianni Priano)
postato da dirtyinbirdland alle ore 29/10/2007 19:32 | link | commenti (3)
categorie: gianni priano
lunedì, 29 ottobre 2007

ricette_cuoca_sapiente
























Costanza Luserna di Rorà
quant'aria oggi nella tua Carrù
e quanti spazi e luce dal Monviso
e l'orizzonte odoroso di pulito.

Nei ventri trucidi di ospizi e ristoranti
schiuma e barcolla per fumi sotterranei
il filaccioso Trionfo del Bollito.


(Gianni Priano)
postato da dirtyinbirdland alle ore 29/10/2007 19:28 | link | commenti (2)
categorie: gianni priano
mercoledì, 24 ottobre 2007

Ménage à trois

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Vorrei sedurla, la ragazza
Per quelle perle che le scendono
Da dietro sulla schiena
Sono la scimmia rianimata
Di uno spirito incantevole
Che pesca nel corallo e lo fa bianco

E’ un angelo capace di incrinare
L’acqua del lago col cadere delle gocce
Se le si spezza il filo sulla pelle

Vorrei portartela per poi sentirti dire
Che l’importante è quello che rimane
Sul letto e il suo disordine scomposto
Dopo l’amore e dopo il controcanto
La traccia che deposita accaldata
Il luogo di accoglienza rivelata
postato da dirtyinbirdland alle ore 24/10/2007 20:10 | link | commenti (7)
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martedì, 23 ottobre 2007

Una dominazione

mistress



































Mi consegno alla celebrità delle tue mani
Nel segreto dei luoghi noncuranti dell’azzardo
Mi svesto lento ché frettoloso no non posso

Mi faccio chiaro in volto per il presentimento
Della posa oggettuale che prenderà il mio corpo
Sarò l’inerme anello appeso al tuo sostegno

Sono maschile preda femminilizzata
Consegna del potere alla tua verga
Fringuello che beccheggia la mollica in terra

Mi adagio sulla mia genuflessione
Corteggio la vezzosità del tuo martello
Sotto mi porto nudo legato dalla seta al collo

Sono la lingua che ti lecca la bocca che ti succhia
Il tramite del tuo piacere estratto dall’astuccio rosa del tuo grembo
Sono lo schiavo della tua perseveranza che ti fa immodesta

Ti accolgo mentre muovi le tue anche e il tuo bacino
Ti reggo mentre scivoli dal morbido velluto del cuscino
Mi faccio sedia sgabello cavalluccio

Porto la lingua dove muore il giorno
Mi svesto di spavento
Mi affido all’umorale grazia del tuo intento

Mi raggomitolo per terra
Trastullo il mio diniego
Porgo dimentico di me la debolezza al morbido del seno

Generoso appuntito cortese ed ineguale
Si fa posto nel mio sesso e nel mio cerchio minimale
Il gesto tuo di redimermi dal male
postato da dirtyinbirdland alle ore 23/10/2007 18:43 | link | commenti (7)
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lunedì, 22 ottobre 2007

postato da dirtyinbirdland alle ore 22/10/2007 05:30 | link | commenti (2)
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giovedì, 18 ottobre 2007

Una separazione – Donna non patinata numero due

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Teniamoci allacciati
Come quelle ali di ponte
Che non possono vedere
La stessa linea d’orizzonte
Eppure sono

Così ci diramiamo
Se inarcati
Prendiamo direzione
postato da dirtyinbirdland alle ore 18/10/2007 18:09 | link | commenti (4)
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mercoledì, 17 ottobre 2007

Donna non patinata numero uno

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Mi aggrappo al filo del telefono
Brulica la notte in sottofondo

In sottoveste c’è abbastanza
Per piovere a dirotto

Ed è un rovello che mi incendia
Quando lo squillo cade morto

M’intriga e mi lusinga l’osservanza
Del tuo cerimoniale dell’assenza

Clichè in vinile donna sola
Morbosa punta di capezzolo dolora

Morso dal dente del rimorso
Che sola nutro di goccia che scolora
postato da dirtyinbirdland alle ore 17/10/2007 22:12 | link | commenti (5)
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martedì, 16 ottobre 2007

ward35ch





















Piccola poetessa
Smetti di esser molesta

-- Succhiar le dita
Alla mia mano destra 

Ben comprendendo
Il movimento che ti mostro--

Svesti la benda
Dal tondo del tuo volto

Rendi cerchio di luna
All’arco tuo di sotto

Passa parola dalla testa
Come collana sciolta

Al dorso inarcati gattina
Mentre rovisto nel tuo corpo
postato da dirtyinbirdland alle ore 16/10/2007 21:41 | link | commenti (4)
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martedì, 16 ottobre 2007

Smarrimento all’uscio

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Mi infilo nelle scarpe
Misuro la distanza
Fra la mia mente smemorina
E stare con le due gambe dischiuse
In piedi accanto all’uscio
Cercando un equilibrio
Il gesto fa la sciarpa
La seta fa la lieve variazione
Dei pori sulla pelle
Se apro la porta mi divora il vento
Il seno si fa largo nel respiro
Di lato mi ricadono i capelli
Oltre la soglia non trattiene
La mano tua abituata alle carezze
postato da dirtyinbirdland alle ore 16/10/2007 05:50 | link | commenti (3)
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