Diario dei tratti

Francesco Di Giovanni insegnava Storia dell’Arte nel benemerito Liceo Ginnasio GB. Vico di Potenza. Aveva cinquant’anni all’epoca dei fatti, quando Eloisa Di Rimberto, compiuti appena 16 anni, frequentava la prima B dell’istituto. Si andava per gli ’80.
Francesco Di Giovanni era smilzo, minutino, con i capelli neri con la scriminatura al lato, la ciocca lunga sulla fronte appiccicata a quella ruga d’espressione che da sola rivelava i suoi rovelli mentre il resto del suo viso sorrideva. Ma era un sorriso nevrotico, il suo, accompagnato da una piccola increspatura involontaria che ogni tanto gli segnava il lato destro della bocca. Portava a spasso l’ombrello come un cagnolino affinché tenesse il passo con quella paura sottile che provava al contatto con il mondo.
Sua madre Rosalinda, una distinta signora sui settantacinque, lo accompagnava la mattina alla fermata, dopo aver fatto scempio sulla formica verdastra lì in cucina di una sparuta colazione, che il nostro Di Giovanni divorava sminuzzando persino le molliche sotto gli occhi complici e severi della donna.
Sceso dall’autobus il nostro eroe senza paura dichiarata ma roso di tormento si addentrava per i corridoi e varcava l’aula pieno di spavento. Qui, dopo un attimo di titubanza stralunata, posava sulla cattedra l’ombrello e interrogava.
Registro aperto, lettere dell’alfabeto, uno scatto: Di Rimberto, venga lei. E mi ripeta, la prego senza errore, quello che recitano gli appunti sui capitelli e sullo stile. Non inventi, non interpreti, la prego. Sia fedele. Ho detto tutto quello che necessita sapere. Per ogni rigo che lei salta cade un punto, per ogni iniziativa un meno in rosso.
Ed Eloisa Di Rimberto recitava, fedele alla memoria di Francesco, senza fiatare più del necessario, guardando il suo rossetto muovere le labbra nella traccia di lei segnata dallo specchio del vetro alla finestra.
Poi Di Giovanni, il professore, finita la lezione, sgaiattolava silenzioso incurante del carteggio che andava e ritornava fra prima e terza fila, intriso di ironie feroci e di saliva.
Alla fermata ancora la signora Rosalinda, questa volta solidale con l’ombrello, dall’altra parte all’altra mano per non mancare di rispetto al suo sostegno.
E’sera quella che vediamo, a distanza di trent’anni, posarsi sul salotto senza odore, lenzuola bianche sui divani, due sedie e un mattone. Lì Di Giovanni, Francesco solo per la madre, ogni sera posava i suoi appunti, i soldi del mensile e le molliche scampate alle sue brame.
Era qualcosa come un corpo blatta, meravigliosamente smemorato dell’andar del mondo, avvinto al suo taccuino, immemore del giorno.
E lì che succedeva, sera dopo sera, che Rosalinda accarezzasse il figlio, il quieto andar nel sonno, predisponendo la sua veglia a preparare la colazione per il giorno.
E’ lì che succedeva che Francesco aprisse gli occhi, nel buio della notte, sotto le sue palpebre protette dalla madre, sognando di Eloisa e del suo andare.
Una Eloisa seducente e acerba, sfuggente al rigore degli appunti, capace di far vivere quei gessi e far del sesso di Francesco una colonna. Una colonna nascosta dalla stoffa, negata al chiaro della consapevole esperienza. Un tocco di fanciulla sulla necessità di una cautela sveglia.
Una Eloisa in tunica romana, coi seni che sorridono dal velo della garza, un fiato d’esistenza vera e senza freni, una ragazza scalza.
Intanto all’altro capo di Potenza, nella stanza di Eloisa succedeva che una ragazza appena donna si chiedesse come poteva essere che tutti volesser fantasia, spregiudicata violazione dei confini, la consistenza della scelta.
Adulta per la prima volta, chiamata a dire sempre un’opinione, la piccola Eloisa sentiva la sua mente anelare un po’ di ovvio. Un solco d’abitudine e di noia, il tocco dell’obbligo sul collo.
Così si addormentava, la ragazza, nella sua tunica di garza, con una gamba tirata verso il mento, sognando di tornare indietro al tempo in cui non fosse necessario divagare.
E addormentata Eloisa ritrovava nel sogno quel maldestro di Francesco, coi suoi confini intoccabili disegnati sul registro. Sognava di esser come lui protetta da quel nulla che costruiva una città che del bisogno di rigore aveva la misura.
Francesco Di Giovanni, tempo dopo, lo ritrovarono in corsia nell’ospedale di Potenza, accompagnato dalla madre. E lei, povera donna, dovette sottomettersi alla cura che svelò denari e pane nelle tasche cucite con amore alle sottane. Francesco restò solo in corridoio, e lì si addormento in un ultimo ritrovo. Ancora rivedendo di Eloisa la garza bianca e la figura dall’uso di ogni notte lisa.
Ed Eloisa invece abita da sola la stanza cinquecento in edificio nove, dove consunta dal rigore che ha scovato dopo un lungo andare, non avendo una regola che protegga la bellezza del suo sguardo, ha smesso di mangiare.