

(Image by Giovanna Casotto)
Ho sempre amato le donne col cappello --
In intimità velate sul cervelo
O svelate per immaginario rivelato
Coperto il solo capo per renderlo bendato
Il sogno REM delle braci
In quiete malsicura e umida
Surrealista il sonno
Ma non negli occhi estremi di Nadja
E non nelle pistole di Antonin
Piuttosto ai preziosi rimasugli
all'accostare ciò che rimane senza strepito
Le foglie dei limoni ma anche quella storia
Che i gatti lo sapranno
Quel ripiegare titanico
Verso il niente e verso sera
Che fa da sola
Ottobre a marzo
La signorina Carla
E le sirene operaie
Mischiati i tempi
Rimestati i luoghi
L'anello che non tiene
E mille e mille miopi
Malcerte rampe di scale
E sotto il vuoto la vertigine
Niente è più bello di Esterina
O del ragazzo Codignola
Stesi a dormire accanto alle discariche
In un collage di intemperanze
Che è il nostro ogni mattino di mattino
Che a sera si dispiega

"Lo scrittore - e questo è nella sua natura - si augura di essere ascoltato. E però gli appare meraviglioso accorgersi un giorno che comincia ad avere degli effetti, e tanto più quanto sa di poter dire poco di consolante ad uomini che hanno bisogno di una consolazione come solo possono averlo quelli che sono feriti, dilaniati e pieni di quel grande e segreto dolore con cui l'uomo si distingue tra tutte le altre creature. È una distinzione terribile e incomprensibile. E se davvero dobbiamo sopportarla e imparare a convivere con essa, come dovrebbe apparire questa consolazione e cosa dovrebbe significare per noi? È infatti impossibile, io credo, pretendere di costruirla con parole. Sarebbe sempre troppo misera, troppo a buon mercato, troppo provvisoria
E così il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel cancellarne le tracce, nel fingere che non esista. Per lui, anzi, il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Perché noi tutti vogliamo diventare vedenti. E solo dopo aver provato quel dolore segreto possiamo sentire (in modo diverso) ogni esperienza, ed in particolare quella della verità. Quando giungiamo a questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi. E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l'arte dovrebbe portare a questo: far sì che, in tal senso, i nostri occhi si aprano". (Ingeborg Bachmann)

Come doveva esser la Merini
Come il suo camice
Come il candore dei fiori bianchi estratti dal profuno a prender forma
Come il suo muto accompagnatore
Il portatore di sacchi di vestiti usati e rimanenze
Come doveva essere bella
Nel suo smarrimento vestito a manto
(PS: maiko è in trasferta onirico/esistenziale per 4 giorni)