Il rovescio della carezza
I portoni sono belli solo a Parigi
Dove dietro i portali
Solo le tue mani sanno schiudere
La ristrettezza delle mie visioni
Il nodo delle nocche sulla superficie
A lungo al collo e alla colonna
Di schiena ché la vista non derubi
Malinconico il mondo
La guancia destra strofinata
Al ruvido graffiato
E la pressione di una gamba
A farne tre perfettamente unite
La pesantezza della tua inquietudine
Sul dorso ma vestita
E le tue dita fra i capelli fanno storia
Ed è impossibile l’intreccio
E il terzo passa inosservato
Gonfio come la busta della spesa
Con gli occhi bassi e con le mani giunte
A trattenere il cappotto
Preghiera timorata
In osservanza al quartiere
Disperando appropriazione
del trillo che attraversa
Non c’è nessuna violenza
Mentre declino resistenze
Alla tua cortese attenzione
Al rovescio delle carezze
vorrei essere quel grumo e quella porta....

"La vera autenticita' non sta nell'essere come si e', ma
nel riuscire a somigliare il piu' possibile al sogno che
si ha di se stessi".
Huma Rojo in Tutto su mia madre - P. Almodovar
Rizoma
23 novembre. La paziente Chiara Erenzi ha lasciato lo studio. Oggi è l’ultimo giorno di una lunga terapia durata più di dieci anni. La signora Erenzi, arrivata da me poco più che giovane, manifestava i segni di un dialogo interiore distorto. Perseguitata da fantasie inibitorie, venne da me dicendo che sentiva il suo gatto parlare. Si sentiva osservata e ammonita dal felino che pure amava intensamente e che aveva allevato. Accusava frequenti attacchi di panico che le impedivano lo svolgimento di una vita normale. Ogni luogo che fosse troppo ampio o troppo stretto, provocava nel suo animo l’ingestibile sentimento della morte imminente, come se da ogni ponte si dovesse necessariamente precipitare, e ogni ascensore dovesse divenire un sasso scagliato verso il confine basso. Negli anni trascorsi abbiamo lavorato molto, inseguendo il rizoma delle sue proiezioni. La sua empatia disegnava la rete delle inestricabili radici di una pianta incapace di dirimere le maglie di una attenzione patologica. Era ed è, la signora Erenzi, inguaribilmente malata. Di un amore improvviso e duraturo e incapace di separazioni. Nutre per tutto ciò che tocca un amore malsano e tumorale, che le impedisce di recidere le escrescenze malate delle proprie radici per reggersi da sola. La signora Erenzi è avvinta al mondo. Come uno spazzino che pratichi il mestiere da secoli, è una collezionista di carbone, così dunque il suo corpo pesa davvero troppo e riesce a far crollare i ponti. Nelle grandi piazze, non potendo abbracciare con le sue radici gli sterminati confini, si sente morire, come un albero le cui radici non tengano. Conclude oggi la sua analisi, portando con sé, come una sposa il suo strascico, le radici ancora impigliate anche a questo lettino. Uno strascico bianco legato per sempre. Per questo la vedo oggi, mentre scrivo, vagare per le strade con il suo ennesimo fardello, un corpo piccolo, un grande manto, e mille oggetti impigliati nelle frange. Il dottore chiude l’agenda, la luce nella stanza si fa fioca. Cinque metri quadri di bianco e molti oggetti in legno. Un mappamondo, una maschera, un antico telaio. Dai suoi piedi, verdi radici. Scendono piano nel pavimento e scavano il suolo, fino a perdersi da un piano all’altro, nel ventre oscuro del palazzo.
Janaìna Tschape - Agua Viva 1
A bocche vuote
Saranno stati i canti
delle sirene svestite
In grido lacerato
Ai cancelli
Come schiavette sottomesse
All’ingresso della fabbrica
Coi piedi nudi sull’asfalto
E i muscoli stirati
Devono essere state
Le mense benedette
Dall’orzo e dal farro
Inutilmente a far casa
Dove casa non vive
E non respira
Saranno forse adesso macrobiotiche
le insalate e la soia
Dove soltanto muti si cammina
Vagheggiando un’insensata danza
Intorno all’albero di Piero
Prima di entrare
Furono le carezze dei padri
Come saranno sorelle le carezze
Ora che abbiamo perso
Dal buco delle tasche
Gli ultimi fondi di negoziazione
E le parole
Non possono che ritornare
Al loro piccolo dolore disarmato
Con teste di martello
Al lato delle teste reclinate
Delle sirene crocifisse nude
A bocche vuote
La ragazza Carla
Carla Dondi fu Ambrogio di anni

diciassette primo impiego stenodattilo

all'ombra del Duomo


Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro

sia svelta, sorrida e impari le lingue

le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
capisce dove si trova? TRANSOCEAN LIMITED

qui tutto il mondo...

e' certo che sarà orgogliosa.


Signorina, noi siamo abbonati

alle Pulizie Generali, due volte

la settimana, ma il signor Prate'k è molto

esigente - amore al lavoro è amore all'ambiente

[- cosi

nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino

sarà sua prima cura la mattina.


UFFICIO A UFFICIO B UFFICIO C


Perché non mangi?

Adesso che lavori ne hai bisogno
adesso che lavori ne hai diritto

molto di piu'.


S'e' lavata nel bagno e poi nel letto

s'e' accarezzata tutta quella sera.

Non le mancava niente, c'era tutta

come la sera prima - pure con le mani e la bocca

si cerca si tocca si strofina, ha una voglia

di piangere di compatirsi

ma senza fantasia

come può immaginare di commuoversi?


Tira il collo all'indietro ed ecco tutto.
(Elio Pagliarani - da: La ragazza Carla)
http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/occhitroppobelli/
Nobuyoshi Araki
Banlieu milanese
Era la donna ragno un’invisibile operaia del disamore
Con le sue calze tirate a mezza coscia
E quei belletti da Oviesse dove sua madre tempo fa leggeva Standa
Una ragazza dai capelli rosso mogano
E minigonne di velluto nero a coste
Gli occhi così profondi
Da essere vetri rotti all’urto della notte
Le unghie quadrate come le fibbie alla borsetta anni settanta
Zampa raminga di pelliccia indosso
E il viola di quei baci lungo il collo
Incomprensibile portata senza senso
Nico con la sua voce rotta sulla cassetta nella stanza
Residua convivenza in altri mondi
Sesso bagnato e lingua morbida
Sul broncio trafugato alla ragazza in altra danza
Cocktail di nervosismi su pavimenti di riviste
Abiti rovistati in fretta per uscir di senno con il seno aperto
Pelle per gli stivali e un solo braccialetto
Pompini nelle macchine
Fra i rimasugli di cartine e incenso
Nessuna chiara consapevolezza
Soltanto un’innocenza rovinosa
nell’essere la parte offesa dal Governo
"Sandrino mise mano alla penna
scrisse una dolorosissima
lettera alla classe operaia...
Non era lo scritto d'un amoroso
respinto; l'oggetto d'amore piuttosto
s'era svaporato/eclissato lasciando
l'amante stordito come chi d'improvviso
s'accorga che le sue banconote
sono fuori corso.
Deindustrializzazione,
terziario avanzato, nuove classi sociali:
le cercavamo, forse un poco alla cieca.
Sui libri, sulle riviste era più agevole
l'incontro con loro; nella realtà
non c'era modo di entrare in contatto.
Senza la fabbrica non siamo capaci."
(Alberto Bellocchio - 2000 - Sirena operaia)