in privato
hai le dita secche
papĂ
lo sento dai polpastrelli
mentre disegni sul mio viso
-- con delicatezza
tutte le rughe
che riesci a trovare al buio
sotto gli occhi
righe che
-- caparbiamente
portano i solchi
delle notti insonni
prendi dalle mie lacrime
I’umida traccia dei tuoi sentieri
interrotti e me li rendi
come rivoli della tua grazia
umori nati, come me, dalla feroce bellezza
del tuo ultimo tocco
mi dici che no
non si può ancora
mi sussurri che sì
senti tutto
-- molto profondamente
lì dove lei, senza pudore
ti ha scritto la parola amore
spoglia della piĂą bella
di tutte le vocali
-- sorella all’alfa
e arricchita con orrore
da un suono dentale
la cui durezza è sfinita
nel sentimento
adesso aderente
all’assenza
“Il cielo è quasi azzurro pallido, silenzioso, lontano
attraverso il quale, se sapessimo volare, cadremmo
anziché salire.”
“E noi che pensiamo la felicitĂ
come un’ascesa
ne avremmo l’emozione
quasi sconcertante
di quando cosa che è felice, cade.”
(Rilke)
Il serpente di giungo – scena prima*
Mi porti
lì sotto
la pioggia
battente
la pelle
scoperta
la seta
che scende
velina
leggera
sul chiaro
in contrasto
col nero
ai capelli
mi leghi
con voce
tradotto
dai toni
mi spingi
e mi premi
mi porti
a slegare
di lato
la gonna
a svelare
nel pianto
la veste
di donna
mi aiuti
a calare
sui gomiti
stretti
la fascia
dei seni
che reclami
scoperti
mi lasci
a cercare
coi piedi
scalzati
il duro
selciato
i sassi
scheggiati
carezze
reclami
su schiuse
aperture
con voce
di vetro
dirimi
paure
mi insegni
la strada
di uno stretto
piacere
a insinuare
nel dentro
le tue asprezze
sincere
mentre goccia
la schiena
di tempesta
d’inverno
e si brucia
nel ventre
l’incolto
lamento
un guaito
piccino
colorato
di niente
mentre scatti
di lato
col tuo occhio
ferito
uno iato
insensato
mi consegni
al volere
senza osare
parlare
un sospiro
piĂą lungo
un coltello
da usare
come traccia
di strada
a segnare
ferita
una riga
di sangue
dove manca
la vita
dove ruba
il contrasto
attraverso
un telefono
che controllo
di scatto
il senso
rubato
l’ologramma
del tatto
al sentire
la voce
mi si incendia
di dentro
il tuo sesso
non visto
disegnato
con senso
* per la bellezza esausta di Shinya Tsukamoto e di Asuka Kurosawa
Désolé
Ci sono volte
Che sogno
Di rientrare
Con le mani
In quella specie
Di morbidezza
Intravista
Fra le lenzuola
Dove il tuo corpo
Si adagiava
E sposava
Al lino
Fino a far dune
Nel bianco
E impasti di
Piume a stento
contenute
e isole di fresco
dove il corpo
non aveva
riparo né sosta
e respiro
regolare e palpebre
basse
e pelle in vista
come
sculture di sabbia
per mari bianchi
ci sono volte
che non si aprono
e volte che
reggono cattedrali
nel deserto